23 marzo 2008

Felice Pasqua a Bagnasco,Ruini e Raztinger

da Il Manifesto 22 marzo 2008

Gesù Cristo muore e rinasce per il mondo. L’attraversamento anche simbolico della predicazione, della Via Crucis, dell’implorazione al Padre prima della morte sulla croce, alla resurezione, è la donna, è l’uomo. La forza del messaggio cristiano sta qui, nella sua Pasqua. Anche se per un comprensibile istinto di conservazione emotivamente è più "popolare" il Natale, la Pasqua è il nocciolo, della lunga traversata dell’umanità. Uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio e Dio che muore e risorge per lavare i peccati del mondo. Per chi, oggi ostenta con vanità il "dono" della fede (che essendo appunto un dono dovrebbe essere custodito nell’intimità e non sbattuto in faccia tutti i giorni in ogni talk show televisivo) sono più importanti le cerimonie, l’esposizione dei simboli dorati e scarlatti, dei crocefissi incrostati di gemme, più che il ruvido legno. Il ritorno alla radice del messaggio non è semplice, e per sintetizzare con una brutale, ma efficace battuta, "la dimostrazione che la Chiesa (intesa come l’ecclesiae) è davvero Santa sta nel fatto che ha saputo resistere a 2.000 anni di angherie dei suoi preti". Ora, sappiamo che non tutta la categoria può essere consegnata ad un giudizio così duro, che grazie a tanti buoni sacerdoti pezzi interi di territorio italiano possono nutrire una speranza di riscatto. Oltre al fatto che la crisi vocazionale, l’inalzamento drammatico dell’età media, consegna un quadro sociologico della struttura clericale italiana, e non solo, al limite della drammaticità. Mentre folle oranti riempono piazze e i movimenti ecclesiali militarizzano molte parrocchie, la gerarchia rinsecchisce, si avvizzisce, e quindi, per un semplice meccanismo di auto difesa, diventa più gelosa, diffidente verso l’umanità secolarizzata. Si può reagire come fa Ratzinger, ovvero rispolverando in modo sistematico e auto compiacente, raggiungendo commoventi punte di frivolezza, i simboli del potere temporale e assolutistico, oppure come propone Tettamanzi, imprimendo un forte ritorno alle radici, rimettendo ancora più al centro la Parola, anche come ponte di dialogo verso l’oriente tutto, da quello ortodosso a quello ebraico ed islamico.

Due stili, due chiese? No l’articolazione della riflessione teologica e spirituale è più articolata, ma il vero cruccio è dove trovare quel sangue versato da Gesù sul Colgota. Infatti, la visione tardo patristica coniugata con le correnti del pensiero pessimistico del medioevo ci hanno consegnato una settimana santa, rindondante di espiazioni, di fustigazioni processuali, stremanti digiuni, vie crucis e via addolorando. L’accento posto sulla sofferenza e la morte rispetto alla Resurezione è il prodotto dell’idea che solo attraverso l’espiazione (nella gran parte dei casi solamente cerimoniale) si possa raggiungere l’altra dimensione, il Paradiso.

Posto che alcuni aspetti di questa Tradizione hanno un fondamento teologico, perché però si è oscurata la forte e chiara simbologia del sangue come rigenerazione, cambiamento, nuova linfa che sgorga dentro la Chiesa? Semplice questa linfa è difficile da esplicitare. Bisognerebbe farsi perdonare l’imperdonabile. Innanzittutto la partecipazione vera, diretta, delle donne, diaconesse nella chiesa primitiva, quando questa funzione non era limitata a quell’attuale dei diaconi, e oggi, dopo tremendi secoli di discriminazioni, persecuzioni, oppressioni di tutti i tipi, collocate solamente sul loggione, mai veramente protagoniste del potere concreto. Non si tratta solo della ridicola esclusione al sacerdozio, ovvero alla consacrazione di cui sarebbe qui troppo lungo parlare, ma della pervicace, insistente fobia rispetto alla sessualità che ha anche il potere di procreare (la Madre Terra, la madre generatrice, e così via). Senza le donne la cattolicità morirà di inedia, magari come programma questo papa, si trasformerà un’algida fedele milizia Christi, una lobby internazionale sempre molto potente, dove anche le donne compiacenti al sempre eterno potere maschile troveranno adeguate posizioni di supplenza o di indotti servigi. Ma alla Pasqua di nostro Signore si può accostarsi così? Interrogativo non richiesto, che sicuramente produrrà fastidio, perché pronunciato da un omosessuale dichiarato, che essendo anche felicemente praticante della propria sessualità è posto per ordine clericale in fondo all’assemblea, senza alcuna possibilità di accostarsi all’Eucarestia. Ma il vero scandalo è che l’improntitudine cristiana si è persa nei secoli della zozzura dell’alleanza con il Trono, della devastante simonia ancora così presente, del temporalismo. Evocare questi misfatti, può contribuire ad un vero pentimento delle mitrie che si pavoneggiano rispolverando le ammuffite pianete e casule d’oro, quelle sì appesantite dal lordo piombo dai delitti compiuti in nome del Cristo. Dalla postazione di fondo si osserva quanto Gesù stia oggi in molti luoghi, della gioia, della felicità singola e di coppia, della solidarietà viva e silenziosa che non ha bisogno di riflettori a Natale e nelle feste comandate. Il suo corpo e sangue compongono il banchetto, faticoso a volte magro, delle moltitudini degli esclusi, poveri, migranti, lesbiche, gay, trans, e così via. Appartenere a questo popolo di Dio fa percepire la Pasqua in tutta la sua forte carica di umana speranza; persino la generosità si fa contagiosa, fino ad augurare a Ruini, Bagnasco.

Aurelio Mancuso presidente nazionale Arcigay


Nessun commento: