11 aprile 2008

Action, foglio di via a Ferrara: «Vai in Vaticano!»

Una manifestazione, quella di ieri a Roma della Sinistra sotto il cielo della Capitale coperto di nubi ma che ha risparmiato le migliaia di persone raccoltesi sullo sfondo della fontana dei Quattro Fiumi del Berini. Anomala già a partire dalla figura dell'intervistatore, l'attore Dario Vergassola. Il quale dopo le parole conclusive del canidato premier dell'Arcobaleno si è concesso un'ultima battuta, quasi a "prosecuzione" ironica: «Stasera date una carezza ai vostri bambini e dite loro che gliela manda...». Citazione di Papa Giovanni, un'ennesima dissacrazione dei toni solenni del discorso politico. Che però nulla toglie alla sua intensità. Da annotare che nel frattempo, al Colosseo, c'è uno che se ne spara una ancor più grossa da solo: «Andate e convertite le genti», l'ha detto Silvio Berlusconi.

D'altra parte, a sinistra, la messa in discussione delle gerarchie, della centralità del "leader", l'ha già rilanciata lo stesso Bertinotti. Quando proprio Vergassola, tra le ultime delle sue domande-provocazioni, gli ha chiesto: «Lei ha detto "addio" a Porta a Porta... Può chiarire qui che era una cazzata?». E la risposta bertinottiana, piegata subito come le altre sulla serietà, ha chiarito semplicemente il senso d'un annuncio fatto da tempo: «Non direi mai la verità se dicessi di prevedere di smettere di far politica, uno come me non può nemmeno concepire di non poter più chiamare ed essere chiamato "compagno", che è il senso della mia esistenza... Ma la politica si può fare in tanti modi, io penso di continuare a farla da militante e nella battaglia delle idee, dopo queste elezioni non assumerò più incarichi di direzione. Anche perché penso che ci sia un limite d'età». Aggiunge ancora Bertinotti: «E perché penso che la sinistra del futuro non possa essere la brutta copia del Pd di Veltroni, non ci si può affidare a nessun leader. Bisogna apire la strada a una nuova generazione che prenda in mano l'avvenire della sinistra, ne promuova le nuove forme democratiche in cui tutte e tutti siano coinvolti e si sentano a casa loro».

E' già un programma politico, messo all'ordine del giorno dell'immediato indomani del voto di domenica e lunedì prossimi. Come si vede, non subordinato ad alcuna differenza di scenario; nemmeno alla variabilità del risultato, della soglia del successo elettorale. E' anzi, sempre più negli ultimi giorni di questa campagna, ciò su cui Bertinotti mostra di voler centrare l'appello al voto stesso: appunto, un voto «per il futuro della sinistra, una nuova sinistra».

Il contesto, intanto, è la scelta d'opposizione. Che è anzitutto un bilancio dell'esperienza consumata, negli ultimi due anni, al governo: esperienza che Bertinotti rivendica nella sua «necessità» originaria, non subita ma a sua volta scelta per uscire dalla stagione segnata dall'esecutivo Berlusconi e dalle lotte che vi si erano opposte nella società italiana. Esperienza di cui però il candidato premier della Sinistra indica chiaramente il «fallimento», simultaneamente indicandone senza equivoci le «ragioni»: che al contrario della paradossale accusa veltroniana d'aver «segato l'albero su cui sedeva Prodi», rivolta a Bertinotti personalmente, stanno con chiarezza nellla «sudditanza ai poteri forti, dalla Confindustria alle ingerenza del Vaticano», che ha portato alla «delusione delle attese» con cui era stato promosso il tentativo dell'Unione.

Adesso l'opposizione è una «scelta politica», basata limpidamente su un'altrettanto evidente necessità e commisurata all'«assenza d'un alleato compatibile» con «le richieste di cambiamento e di giustizia sociale». Un'opposizione che si rifiuta ad ogni «minoritarismo» o «rinuncia ad incidere». Ma che libera l'investimento di energie della sinistra sul «progetto» che solo «può farla vivere», al tempo stesso identificandola in una scena politica segnata dalla scelta del Pd di «formare una competizione al centro a due» con il berlusconismo: ossia «la critica e il cambiamento del modello economico e sociale, come chiave per aprire un cammino di liberazione e di nuova civiltà».

Sono messaggi ripetuti nel corso di tutta la campagna elettorale di Bertinotti, in crescendo nelle ultime due settimane. Messaggi che arrivano dunque piuttosto netti alla platea di Piazza Navona, questo strano grande salotto tra i monumenti barocchi che hanno ridisegnato l'antico circo d'acque e i pannelli degli artisti di strada: e ne tornano rilanciati in termini di consenso da un clima stranamente disteso, per un appuntamento conclusivo di campagna, ma al contempo caldo, solidale. Ad ascoltare e dare tutti i segni della partecipazione c'è tanta sinistra, romana e non. Solo per esempi sparsi: c'è Giovanni Berlinguer, c'è mezzo gruppo dirigente di Sinistra democratica (da Salvi a Fumagalli) e un altro mezzo dei Verdi (da Bonelli a Cento a Loredana De Petris), ci sono "quadri" e candidati unitari del Pdci. C'è la Rifondazione comunista della capitale, reduce coin il suo segretario Massimiliano Smeriglio da una serie ininterrotta di iniziative capillari molto confortanti, da quella sul lavoro e di incontro con la Cgil che ha visto riuniti quattrocento delegati e dirigenti, a quella con Gianluca Peciola in un campo rom dove c'erano centinaia di cittadini romeni, con diritto di voto alle comunali e municipali. C'è, insieme, molta Sinistra europea; d'ogni tipo, da Danielle Mazzonis alle componenti "sociali" e di movimento. C'è, tra i candidati locali, uno come Andrea Alzetta di Action per cui domenica Ascanio Celestini e tanti altri artisti hanno coinvolto migliaia di persone al Parco degli Acquedotti a Cinecittà.

Il clima, dunque, corrisponde all'impressione di determinazione che si ha guardando a come è composta la piazza. Ed è un clima non rituale, come non lo è il tipo di manifestazione proposta. Con quelle domande a battuta di Vergassola e con quel misto di severità e disponibilità all'ironia e all'autoironia con cui vi risponde Bertinotti. Già dall'inizio: «Vi presento un uomo molto elegante...» - «Stronzo...», con la solita erre - «Ma a Vespa mica l'hai mai detto...» - «Tu te la sei proprio cercata».

Sorride anche Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom: per finire, mentre Andrea Rivera intrattiene la piazza, a trattenersi mezz'ora con Bertinotti. «Per un chek up sullo stato della sinistra», dice.

[ANUBI D’AVOSSA LUSSURGIU – ‘LIBERAZIONE’]

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