6 ottobre 2008

INTERVISTA A IMMA BATTAGLIA

Dice che deve tutto alla matematica: «Mi ha mostrato la purezza del ragionamento e insegnato la libertà di pensiero. Ma soprattutto mi ha dimostrato che non esistono dogmi di nessun tipo: né religiosi né politici né tantomeno omosessuali». Imma Battaglia sa di che cosa parla: laureata, appunto, in matematica è un’esponente di punta del movimento gay e lesbico italiano. È stata lei, per esempio, a spingere affinché il World Gay Pride si svolgesse a Roma nell’anno del Giubileo, lei a inventare con un gruppo di amici il Gay village, luogo-evento che si rinnova con successo da sette anni ogni estate a Roma. E sempre lei a presiedere il Circolo Mario Mieli, storico punto di riferimento del movimento omosessuale romano, dotandolo fra l’altro (prima di dimettersi per insanabili contrasti con l’establishement gay) di un’eccentrica appendice: la celebre discoteca Mucca assassina dove si esibiva un certo Wladimir Luxuria.

Proprio a causa dei dogmi questa quarantottenne appassionata di atletica (è stata nazionale di pallamano) ed esperta di informatica (è consulting director alla Emc, multinazionale di gestione delle informazioni) entra periodicamente in collisione con il mondo che rappresenta e difende. Dà scandalo, insomma. E proprio fra i gay: quelli che non apprezzano il suo approccio laico e trasversale alla questione omosessuale.

L’ultima «provocazione» in ordine di tempo è stata la disponibilità mostrata da Imma verso i ministri Renato Brunetta e Gianfranco Rotondi e il loro timido tentativo («un annuncio, una suggestione» l’ha definito l’ex ministro pd Livia Turco) di mettere in cantiere qualcosa che si avvicini a un provvedimento sulle unioni civili: i cosiddetti DiDoRe (Diritti e Doveri di Reciprocità dei Conviventi), ovvero «un testo non ideologico che possa essere approvato da una maggioranza bipartisan» come ha precisato Rotondi. «Nel centro-destra s’è sempre sostenuto che una legge non serve, che basta una scrittura privata per garantire diritti e doveri alle le coppie conviventi, quindi anche omosessuali» premette Imma. «Ora sembra invece che, almeno da parte di questi due ministri, ci sia l’intento sancire legalmente questi diritti e doveri. Perché non vedere le carte? E soprattutto, perché non sostenerli, dato l’isolamento in cui sembrano confinati dai loro stessi alleati?».

Apriti cielo: la parte più politicizzata del movimento gay, la stessa che aveva espulso la presidente dell’Arcilesbica Francesca Grossi per aver chiesto, insieme con altre associazioni, un incontro con il neosindaco di Roma Gianni Alemanno, ha considerato questa apertura un sorta di tradimento. Ma Battaglia, che di destra non è mai stata (infatti ha appoggiato la candidatura a sindaco di Francesco Rutelli contestando quella del leader dell’Arcigay Franco Grillini proprio perché divideva il fronte contro il centro-destra) alza le spalle e tira dritto.

È fatta così Imma, diminutivo di Immacolata, seconda di quattro figli di una modesta famiglia di Portici (Napoli), papà impiegato e mamma casalinga: bada ai fatti e se ne frega dell’idelogia. Ma, soprattutto, ha in odio il vittimismo, «malattia infantile dell’omosessualismo» per dirla parafrasando Lenin. L’altro scandalo, per esempio, Imma l’ha creato plaudendo a un articolo di Francesco Merlo apparso su Repubblica a fine agosto e ferocemente attaccato da molti esponenti del movimento gay, Grillini in testa. L’argomento, tristissimo, era la tragedia aerea di Madrid in cui persero la vita 153 persone e, fra esse, una coppia omosessuale con figlioletto. Il fatto che fosse stata taciuta la particolarità di quella famiglia era apparsa agli occhi di parte del movimento gay una grave censura. Un atteggiamento criticato da Merlo («La sessualità, rispetto a quell’atroce tragedia, è un dettaglio insignificante, come essere milanisti o juventini») e anche da Battaglia: «Non se ne può più di questo bisogno di urlare una condizione normale, che non ha nulla di particolare e che non subisce alcuna vera discriminazione».

Nessuna discriminazione? E perché, allora, Imma si è presa la briga di fondare Di’ Gay Project, la sua ultima creatura, un’associazione che per statuto «si oppone attivamente a ogni forma di discriminazione nei confronti delle minoranze gay, lesbiche, bisessuali, transessuali e transgender ma anche etniche e religiose» e si batte «per i diritti umani e civili di gay, lesbiche, bisessuali, transessuali»? «Perché non voglio che i giovani soffrano quando scoprono di essere gay. È successo a me quando avevo vent’anni, è successo ad Alfredo Ormanno, che nel 1997, non un secolo fa, si è dato fuoco in piazza San Pietro. Perché non è vero che una mattina ti svegli frocio e dici “che bello, so’ gay”». Appunto, che c’è di normale in tutto ciò? «C’è che dalla sofferenza si può e si deve uscire e noi possiamo aiutare questi giovani e le loro famiglie a uscirne. E comunque le cose stanno cambiando: le coppie gay e lesbiche che decidono di avere una vita e una famiglia normale, con tanto di figli, sono sempre più numerose e molto ben integrate nella società. Ciò che manca sono delle regole che consentano agli individui e alle famiglie di sancire anche legalmente la normalità della loro “diversa” vita».

Battaglia risponde dal coloratissimo salotto dell’appartamento alla Garbatella, a Roma, che divide con la giovane e bellissima attrice televisiva sua compagna da cinque anni. «Noi, per esempio, vorremmo regolarizzare la nostra posizione e la mia compagna non ne può più di essere costretta dal clima machista e maschilista imperante in tv a nascondere la sua omosessualità. Il primo è un problema legale, il secondo culturale, ma a tutti e due c’è rimedio: basta smetterla di lamentarsi e agire».

Lei, naturalmente, s’è già messa al lavoro: con un gruppo di avvocati ha messo a punto, e soprattutto online sul sito della sua associazione (digayproject.org), il testo di una scrittura privata studiata per tutelare diritti e doveri dei conviventi. «Si chiama “Atto d’amore” ed è stato redatto in una forma molto semplice per consentire a chiunque di adattarlo alla propria situazione di fatto senza necessariamente ricorrere all’ausilio di un esperto. Certo sarebbe meglio avere una legge» spiega «ma intanto usiamo gli strumenti che abbiamo a disposizione. E continuiamo a lottare per la legge, non lasciando soli coloro che, a destra e a sinistra, si stanno muovendo in quella direzione».

Valeria Gandus

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