30 aprile 2009

MI RICORDO ORNELLA ...

Attivista del movimento glbtq italiano, una delle primissime militanti del movimento "facciamo breccia", indicata anche come prima sindacalista delle "sex workers" d'Europa.

Fondatrice a animatrice del CO.DI.PEP. [coordinamento difesa persone prostitute].

Sempre pronta a documentare e partecipare alle lotte con passione, rabbia o allegria. Maria Ornella è stata sempre in prima fila. Dal 2 maggio 2008 Maria Ornella Serpa, la "leonessa", Hornie, ma soprattutto la nostra cara Ornella non c'è più.

Ma chi l'ha conosciuta, l'ha incontrata qualche volta in piazza, ci ha riso insieme o ci ha scazzato per ore, oggi può salutarla e ricordarla qui, attraverso questa pagina.

Paolo Violi

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Io trans e prostituta con la “ joie de vivre”

di Maria Ornella Serpa

Leggendo pour cause l'ennesimo episodio di "Chi va con i trans", tratto dal voluminoso "I media in Italia - limiti ed aspirazioni", non posso fare a meno di sorridere. Per un po' di giorni l'informazione in Italia alzerà l'audience, ho pensato; ma non so proprio se auspicarlo.

A parte gli scherzi, ho appreso con piacere che il signor Sircana usa la propria intelligenza anche per dare respiro alla propria joie de vivre . Certo, capisco il contesto: il "buon costume", la famiglia, il vicinato, insomma la "normalità" dalla quale poi si scappa sempre, ma credo che tutto questo possa essere superato in maniera intelligente e indolore: basta non vergognarsi.

Parlo per esperienza personale. Nata maschio, formatami da donna, ho scelto il genere e il sesso femminile come un'esperienza sentita sia sul piano personale che su quello politico. Il percorso di transizione in sé, nonostante la sua complessità, è stato (per fortuna) indolore e totalmente divertente, istruttivo e formativo. La mia identità femminile, fortemente desiderata, mi ha dato quella marcia in più per affrontare la vita con un pizzico di ironica intelligenza e tanta, ma tanta, joie de vivre , anche per me.

Trappole nel percorso di transizione? Tantissime; superate però determinatamente fino alla meta e tributando la prevedibile dose di sofferenza alla società "normale" che "naturalmente" cerca di "normalizzarci" ricorrendo anche alla violenza, talvolta esiziale. La difficoltà maggiore l'ho incontrata nell'affrontare il senso di vergogna, di esclusione; ma, una volta capito che si trattava di convenzioni e non di altro, sono andata oltre non sentendo neanche il bisogno di colpevolizzare o gettare fango su alcun@. La mia intelligenza, fonte di primaria accoglienza, mi ha aiutata a capire, grazie anche ad una non comune cultura, che, ad esempio, il contesto che pretendeva di discriminarmi è essenzialmente un'asfissiante trama di potere e sottomissione travestito (il contesto sì) da illusioni, più o meno ottiche, che obnubilano mente e corpo. Non ho ceduto alla lusinga e neanche alle minacce né alle violenze, che ho comunque dovuto subire come tributo alla "normalità". Ho proceduto incessantemente.

Non mi sono mai sentita discriminata; me lo hanno fatto credere perché fa parte del gioco di "normalizzazione". E questo ha comportato sicuramente degli sbalzi nella mia esperienza perché mi sentivo debole, impotente di fronte alla consapevolezza di non essere suscettibile di inclusione sociale in un sistema che, poi ho capito, si pretendeva forte e "giusto". Ho deciso quindi di intravedere cosa non funzionava ed ho scoperto che il sistema non discrimina ma resiste, causa la sua debolezza, a tutto ciò che può turbare i suoi deboli equilibri sostenuti, infatti, dalla violenza. Esso si basa in effetti essenzialmente sul rapporto di forza e sottomissione (del femminile al maschile, ad esempio, o del debole al forte). Il maschile, l'eterosessualità, l'amore eterno, la famiglia e quant'altro non sono che le esiziali lusinghe di una società che si pretende "regolare" ma poi risulta praticamente ipocrita e perversa, oltre che degna madre di guerre, stupri, schiavitù e quant'altro; un sistema sostenuto da una trama di personaggi, più o meno ameni, che elucubrano regole, istituti e sistemi che soffocano ogni istinto alla vita.

Eureka!

Basta usare la testa ed un minimo di coraggio e tutto si risolve. Se la nostra esistenza è fatta essenzialmente di cultura posso provare anche io ad elaborare la mia, ma sulla base del mio desiderio.

Dando un'occhiata in giro ho visto diverse cose ed ho fatto anche diverse esperienze; finché mi sono resa conto che ciò che viene demonizzato è spesso fonte di libertà, autostima, responsabilità e permette di dare un senso alla propria esistenza. Ho deciso quindi non di piacere agli altri, ma di piacermi; ho affinato anche ciò che la natura mi ha dato: talento intellettuale, allegria, curiosità e senso della misura e ho iniziato infine il mio viaggio nella mia vita.

Tra le varie insidie del sistema c'è il problema economico. Di che vivere?

Il sistema, come tutte le umane cose, non è perfetto e spesso si contraddice lasciando spazi vitali che sarebbe da sciocchi non occupare. La prostituzione, dipinta malissimo, se fatta con accortezza, gusto ed un pizzico di gioia può risultare, come nel mio caso, un'ottima soluzione al problema del lavoro, spacciato come base garantita della dignità dei soggetti ma praticamente fonte di ricatto perenne e tutt'altro che satisfattivo.Rapporto con gli altri? Io scelgo chi frequentare e, insieme, scegliamo come rapportarci vicendevolmente sulla base della comune voglia di stare assieme. Nessuna regola invasiva della libertà altrui.

Rivendicazioni? Una: viviamoci per ciò che siamo, ottimi nei desideri pessimi nell'avidità.

A colloquio con Serpa, felice lavoratrice del sesso e attivista dei diritti delle prostitute "Prima di ogni legge si riconosca che tutti gli uomini sono clienti"

di Laura Eduati

Maria Ornella Serpa è una prostituta di strada che non si è mai prostituita.

"Ho pochi clienti perché scelgo solamente chi non vuole esercitare su di me un potere.

Capita spesso: li porto a casa mia e cominciano a pretendere, a trattarmi come una puttana, e allora io restituisco i soldi e li caccio”. Elegante, poco trucco, predilige le citazioni latine e sorseggia il tè con grazia. So che si arrabbierà quando dico che l’aspetto è quello materno - chic delle vecchie professioniste di quartiere. E non stupisce che certi uomini, quando scorgono gli scaffali colmi di libri, smettano di eccitarsi “perché quello che vogliono è una donna da dominare”.Preferisce il termine sex living al posto di sex worker, non parla di prostituzione ma di contesto prostituzionale. Nemmeno la prestazione la chiama così: “ Fornisco servizi sessuali, e mi piace farlo. Mi dà sesso, soldi, autonomia, successo e finalmente riesco a sbaragliare una cultura che vede nella donna semplicemente una sposa, una madre, una compagna di.Purtroppo con un riflesso sociale: per voi benpensanti io sono “Ornella la puttana”.

Attivista del Coordinamento in difesa delle persone prostitute, Ornella ha elaborato un pensiero che la distanzia dal resto dei movimenti: nonostante gli abusi che subisce (“i peggiori sono i poliziotti, ti dicono: o ci vieni o ci vieni”), è nettamente contraria alla legalizzazione del mestiere più antico del mondo, e se la prende pure con certe compagne di lavoro (“non si ribellano agli stupri e per di più si conciano col silicone e mezze scosciate per compiacere l’occhio del maschio”).Una sex living femminista? “La prostituzione è una condizione maschile, rovina le prostitute e rinvigorisce gli uomini perché li fa sentire potenti. Quando un uomo viene da noi esercita un potere fallocratico. Se diventasse un mestiere come gli altri, si legalizzerebbe la compravendita del corpo femminile, di per sé inaccettabile. Gli uomini mi adorano, mi vezzeggiano, persino si innamorano di me. Ma non permetterebbero mai alle loro mogli e figlie di diventare prostitute”.

Non teme di sputare sul piatto in cui mangia, i clienti. “Gli uomini”, mi corregge. “Gli uomini sono tutti clienti, se facessimo un semplice calcolo matematico scopriremmo che la stragrande maggioranza dei maschi italiani va con le prostitute. E non sto parlando di vecchi, brutti e sporchi, ma di bei giovani, padri di famiglia, professionisti, ricconi. Tutti hanno costruito una società fondata sulla monogamia e poi si rifugiano tra le nostre braccia.

Odio questa ipocrisia, che consente all’uomo una sessualità promiscua e confusa negandola alla donna”. Ornella non lavora tutte le notti. E nemmeno accetta tutti gli uomini che si fermano, specialmente quelli che tirano sui soldi. 50 euro la tariffa per un rapporto completo (“è poco, lo so, ma c’è la concorrenza e chi lo fa a 5 euro”), poi capita lo spendaccione o il cocainomane affezionato che ne sgancia 1500.Così per qualche giorno Ornella si riposa e si dedica all’attivismo. “Ho scelto la strada perché è più semplice dal punto di vista logistico e poi posso scegliere personalmente i clienti. Certo, d’inverno fa freddo e siamo più esposte ai pericoli, ma il rischio fa parte di qualsiasi professione”. La violenze, dice, vengono da chiunque: i clienti aggressivi; le forze dell’ordine che dopo la retata le insultano e le obbligano a spogliarsi o a subire rapporti sessuali; i media e la politica che le dipingono come il nemico pubblico numero uno e la gente che non le vuole vedere in giro. “Se vogliamo fare una graduatoria, i più violenti sono i poliziotti. Ora ho cominciato a difendermi perché ho fondato un movimento e ci metto la faccia, ma mi è capitato che in un commissariato in venti mi ordinassero di denudarmi.

Ho iniziato ad urlare come una tigre, per una settimana mi svegliavo con gli attacchi di panico”. Per la prima volta in Italia il 17 dicembre i/le sex workers italiane (donne biologiche, trans, transgender, uomini e gay) celebreranno la giornata mondiale contro la violenza alle prostitute. Il simbolo è un ombrellino rosso.Del disegno di legge Bossi-Prestigiacomo che all’art. 1 obbliga le sex workers a rintanarsi negli appartamenti-bordello dice: “Ci devono spiegare perché se si fa di nascosto è meglio”Serpa boccia tutte le soluzioni che l’Occidente ha inventato per regolarizzare la prostituzione: lo zoning, o zone rosse (“per la mentalità italiana sarebbe come rinchiuderci in un ghetto”); la regolarizzazione della professione come in Olanda o in Germania (“sono d’accordo sulle tasse e la difesa dei diritti, ma chiariamoci: una società regolarizza la prostituta non per aiutarla, ma per preservare se stessa”). Le contesto: ma la tratta delle schiave non sarebbe così sconfitta? “Le vittime della tratta non sono prostitute, ma vittime e basta. Occorre dare loro un permesso di soggiorno e un lavoro, se non vogliono prostituirsi. Lo dico contro il mio interesse, mi fanno concorrenza”. Sui controlli sanitari: “contro i diritti umani.

La scienza ha appurato che gli uomini hanno un potenziale infettivo molto maggiore delle donne, specialmente per l’Hiv. Perché allora non controllare obbligatoriamente i maschi?”.Serpa è attirata invece dalle multe ai clienti, come in Svezia: “Se cancellassimo la prostituzione tout court potremmo dire agli uomini: il vostro dominio è finito”: Quello che serve, dice, è un ampio dibattito che riconosca senza ipocrisie la realtà della prostituzione. La normativa arriverà solo alla fine, quando ognuno avrà dato il proprio contributo. “Quando andrò in pensione scriverò un libro di fuoco sulle prostitute e sui clienti”, ride. “Il mio è un osservatorio privilegiato sui maschi.Hanno una sessualità cinica e prepotente, possiedono senza amare e non sono trasparenti. Quando finisce la voluntas possidendi e l’affectio maritalis nei confronti della moglie si rivolgono a noi. E tanto fa trovarsi di fronte ad una minorenne. Io mi chiedo come facciano. Perché poi vengono magari da me. Questo è quello che mi fa veramente vergognare del mio lavoro”:Le chiedo: hai perso qualche cosa nel diventare una sex living? Ornella mi guarda con occhi profondi: “Mia madre mi diceva: una donna che va in giro a fare sesso non vale niente. Ci crescono con un’idea, sposarsi e fare figli. Nonostante tutto, questo è quello che rimpiango, l’unione felice con un uomo. Ma non avrei mai voluto sentirmi dire un giorno: non preoccuparti, amore, andare con una prostituta non è un tradimento”. “All’università ho studiato Giurisprudenza perché sognavo di diventare una magistrata. Lì sono entrata in contatto con il contesto prostituzionale, uscivo con gli amici nei locali e mi facevo pagare quando andavo a letto con qualcuno.

Mi piaceva, e mi piace tuttora. Bisogna capire che in questo Paese lo sfruttamento lavorativo è istituzionalizzato e che le donne anche se fanno le segretarie o le manager pagano un tributo sessuale agli uomini. Io sono libera e autonoma. Provo piacere quando faccio sesso con un cliente”. E perché un libro contro le prostitute? “Molte mi rimproverano di non truccarmi abbastanza, di non essere provocante e lasciva. Ma così è come ci vogliono gli uomini. Che tra l’altro verrebbero con noi anche se fossimo brutte e trascurate. Per loro siamo delle pubbliche latrine”.

Liberazione 07 dicembre 2006

Una femminista con tanta grinta da vendere

di Angela Azzaro

A un certo punto, nel bel mezzo di un discorso, la fronte si arricciava, gli occhi si stringevano. Ti guardava con fare sorpreso, un po' triste un po' scandalizzato. «Dai, Ornie, non fare così», dicevamo. Lei si difendeva. «Ma che cosa ho fatto?!». Ma ormai il messaggio era partito. Era come un segnale che Ornella, la nostra Ornella, ci dava per dire che stavamo sparando minchiate. Insomma, che noi «donne biologiche» così ci chiamava durante le tante discussioni con il gruppo femminista a/matrix, stavamo parlando troppo difficile o in maniera eccessivamente ideologica o molto distante dal suo percorso. Spesso aveva ragione, a volte no. Ma raramente lei diceva minchiate. Parlava e scriveva forbito, con dotte citazioni in latino che ci stendevano «Ornieeee, bastaaa», ma con un'argomentazione chiara. Netta. Lei, le cose che diceva non solo le aveva elaborate, capite fino in fondo. Ma le viveva e sceglieva ogni giorno. Ha fatto così quando ha scelto la transizione e da uomo è diventata donna, ha fatto così quando ha scelto di prostituirsi. Ornella ha fatto così fino alla fine. Cocciuta, come davvero se ne sono viste poche. Cocciuta anche nell'affermare cose scomode, come quando se la prendeva con la concorrenza delle donne dell'est che si prostituiscono. «Sei razzista» e giù con fior fior di ragionamenti. Lei non batteva ciglio, spiegava le sue ragioni, ma non credo che l'abbiamo mai convinta. E' facile essere politicamente corrette quando le cose non ci toccano da vicino. In strada, a lavorare, c'era lei. Il suo corpo, il suo desiderio, la sua rabbia. La strada, la scorsa estate, aveva deciso di lasciarla. Una decisione meditata. Voleva cambiare vita. Ma a darle la botta finale l'aggressione di un pappone, che la voleva cacciare dal posto dove lei lavorava. La ha minacciata con un coltello. E Ornella non ce l'ha fatta più. La leonessa ha ceduto.

Maria Ornella Serpa ci ha lasciate una settimana fa esatta. In un venerdì di maggio come tanti, ma un po' più silenzioso del solito per una città come Roma, a causa del ponte del primo maggio. E' morta in ospedale al pronto soccorso e ancora non sappiamo perché. Il dolore di chi l'ha conosciuta e amata non basta per spiegare l'attenzione che le dedichiamo. Ornella non ha scritto libri (anche se voleva farlo), non ha ammansito folle, non ha capeggiato partiti, non era una leader. Ornella era una grande rivoluzionaria. Una che la rivoluzione l'ha vissuta direttamente. Senza dichiarazioni d'intenti. L'ha vissuta coi fatti. Ma la sua rivoluzione non muore con lei. Ci lascia un'eredità bellissima, un futuro che forse neanche vedremo, ma che lei ci ha fatto intuire.
Impossibile nominare tutte le briciole che ha disseminato lungo il cammino e che a noi spetterà seguire, indagare, forse anche realizzare. Ma ci sono alcuni aspetti che premono di più, che chiedono ascolto. Subito. A partire dalla morte. Una morte che è difficile non considerare politica. Rivoluzionaria anche questa?

Ornella, trans, prostituta orgogliosa e incazzata, aveva scelto di essere donna. Di più. Aveva scelto di essere una donna speciale. Una femminista. Combattiva, come quando il 24 novembre, giorno della manifestazione contro la violenza maschile sulle donne, con le altre compagne dell'assemblea romana aveva cacciato le ministre dal palco. Il volto orgoglioso, lo sguardo malinconico di chi troppe volte ha dovuto subire il potere. Il 24 novembre no. Si era ripresa la parola, il protagonismo. Quella sera Ornella era felicissima, l'ultima volta che l'abbiamo vista così.

Ma non dipendeva solo da quell'azione collettiva finale. Tutta la manifestazione aveva cantato e urlato. Era quello il luogo che aveva prediletto. Militante per i diritti delle prostitute nell'ultimo periodo aveva scelto il gruppo femminista a/matrix come casa politica e umana. Quante chiacchierate, quante risate. Ma anche quanti scontri e contraddizioni. «Voi biologiche», dava il là a una dialettica noi/voi, io/l'altra che metteva paura. Lo specchio si rompeva e dovevano confrontarci con il cuore del potere patriarcale: la creazione di un femminile e di un maschile naturalizzati, biologizzati a cui ci ribellavamo e ci ribelliamo. Ornella, provocandoci, ci portava a vedere meglio quella contraddizione, ad articolarla ulteriormente misurando lo scarto tra ideali e vite vissute, tra utopie e desideri sedimentati.

Gli ultimi sei mesi di vita, lasciano senza parole. Ornella, la leonessa, è andata con orgoglio e testardaggine incontro alla morte. Forse stava molto male, ma non lo ha detto. Ha chiesto aiuto, ma come faceva lei, a testa alta, senza mediazioni, per rifarsi una vita. Voleva vicinanza, non consigli. Quelli li rispediva al mittente, come aveva sempre fatto, sbagliando bellamente da sola.
Oggi che non c'è più resta la domanda se la nostra comunità è in grado di prendersi cura delle sue sorelle nel momento che, per scelta o per sfortuna, restano sole ad affrontare con orgoglio un'esistenza diversa. E' una domanda ineludibile, una domanda politica. Esiste la possibilità di autodeterminarsi e di vivere liberamente la propria vita o la propria morte fuori da un sistema familista o dal pronto soccorso cattolico? La risposta che viene dalla storia di Ornella è che al momento è molto difficile. Tragicamente impossibile. Ma c'è anche un'altra risposta che Ornella avrebbe dato. Con il gruppo a/amatrix stava lavorando a una proposta di reddito garantito. Si chiama reddito per l'autodeterminazione. Un modo per garantire a tutte e tutti la possibilità di scelta a partire dalle condizioni materiali. Un modo cioè di rompere il sistema familista che impregna destra e sinistra: o hai una famiglia che ti sostiene oppure crepa. O hai figli, moglie o marito, oppure chi si ne sbatte di te. Ornella non aveva marito, «gli uomini mi fanno schifo» ci diceva per provocarci e per raccontarsi, aveva deciso di camminare da sola. Ne aveva tutto il diritto. Questo diritto le è stato negato. Ornella non tornerà più. Ma continuare il suo percorso, la sua lotta è il minimo che si possa fare.

Liberazione 09 maggio 2008

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