9 giugno 2009

CIAO ANGELO !

Il nostro amico Angelo Quattrocchi, direttore della Malatempora, se n'è andato sabato pomeriggio.Noi del Collettivo ci prendiamo qualche giorno di pausa per salutarlo nel migliore dei modi.Ripartiremo tra qualche giorno con i libri che vi avevamo da tempo annunciato, tra cui la nuova edizione di Carnalità, raccolta di racconti erotici cui Angelo teneva moltissimo.

A presto.

Malatempora Edizioni


Angelo Quattrocchi, Editore della Malatempora. Viaggiatore, romano d'adozione e autore bilingue, scrive da sempre in Italiano e in inglese. Editore della mitica Fallo! nei Settanta.Il suo primo è E QUEL MAGGIO FU RIVOLUZIONE, bestseller internazionale tradotto anche in cinese (edito da Nautilus e disponile su richiesta alla Malatempora). Nei Settanta pubblica OLTRE LA GELOSIA L'AMORE, che lo condurrà in un'aula di tribunale. Poi tra gli altri WOUNDED KNEE: GLI INDIANI ALLA RISCOSSA (in ristampa con la Malatempora per il trentennale della rivolta indiana), e COME E PERCHE' DIFENDERSI DALLA TV(disponibile su richiesta) Direttamente con la Malatempora pubblica VERIDICA STORICA DEI GIUBILEI e CARNALITA 99 racconti erotici, quasi esaurito. Penna tagliente come sempre, i suoi ultimi lavori sono l'instant-book LA BATTAGLIA DI GENOVA, l'ideazione del libro MOVIMENTO, Eisabeth Bathory (la torturatrice), Il pastore tedesco. Redattore capo del nostro magazine.

GURU. L’editore della "controcultura" e il mitico leader degli "alternativi".

"Ministro dell’egologia" lo avrei fatto, se fossi diventato Capo del Governo.

Lui - eravamo in Campo de’ Fiori, a Roma, nei favolosi e liberi anni Settanta - apprezzò la battuta con un sorriso. Era il massimo che poteva concedermi. E continuò col suo discorso, tutto coi verbi in prima persona singolare. Era fatto così.

Egocentrico in modo patologico fino a sfiorare il cinismo, attivissimo, vulcanico, anarchico non per calcolo politico o posa esistenziale, ma per istinto di vita e pratica quotidiana, il geniale ma controverso, mitico e criticato, famoso e famigerato, disordinato ma implacabile, libertario e autoritario Angelo Quattrocchi, ci ha lasciato l’altro ieri, il 6 giugno alle ore 6, dopo una lunga malattia.

atempora Edizioni"Se ne vanno, pezzo a pezzo, tutti gli elementi della mia vita", aveva commentato mesi fa da vecchio saggio, alla notizia delle sue gravi condizioni di salute, un altro guru dell’alternativa italiana, Marcello Baraghini (Stampa Alternativa), incontrato per caso. Come molti, di Quattrocchi era stato in gioventù amico fraterno e collaboratore culturale, poi concorrente, antipatizzante, perfino avversario. Anche lui, come Quattrocchi, insofferente di ogni regola, istituzione o partito, fossero pure quelli più a sinistra.

E di Angelo – mai nomen è stato meno omen, cioè destino – come di tutte le rare persone geniali, nel bene e nel male, coi suoi pregi e difetti, entrambi ingranditi dal pantografo del suo ego spropositato, è giusto dire che è stato un "ragazzo" unico. Ragazzo, sì, perché è restato sempre adolescente, con tutti i pro e contro dell’adolescenza: creatività e prepotenza, poesia e coraggio. .Ma dal punto di vista del costume e della sociologia, Quattrocchi è stato un vero simbolo dell’Italia alternativa degli anni 70. Il guru unico, sapiente e improvvisatore, narcisista e realista, occhiuto e casinista, organizzatore e disorganizzato, cosmopolita e italiano, milanese e romano, americano e anti-americano, degli hippies, dei beatniks, dei freaks, dei giovani di strada, dei drogati intellettuali alla Timoty Leary, dei rocchettari, dei transgender, insomma del contro-potere fatto vita quotidiana. Il teorico della trasgressione.

Odiatore del Potere, organizzatore di eventi anticonformistici, giornalista underground, inventore di uno stile di scrittura "giovanile" insofferente dell’opprimente sintassi (echi talvolta alla Marinetti si colgono nei sui primi scritti), editore spericolato di scritti di denuncia e pamphlet stampati in un giorno.

Riviste, libri e libretti instant-books, come il celebre "Fallo!" del 1971-73, che negli anni ’70 erano considerati anti-Sistema e addirittura illegali, tanto che la descrizione della masturbazione femminile in "Oltre la gelosia, l’amore" lo portò in tribunale.

Ma la mia obiezione era che in fondo, nonostante l’approccio apparentemente collettivo, pubblico, in qualche modo "politico" (fondò anche un effimero "Partito ippi", scritto così), queste provocazioni non uscivano mai fuori dai confini, di per sé enormi, d’un individualistico e privatissimo liberalismo (parola per lui ripugnante, perché amava solo il "libertarismo"): la libertà della propria vita, di decidere singolarmente come e se addirittura vivere, se e quali droghe assumere, se e come fare sesso, quale musica ascoltare. Infatti oggi la società occidentale avanzata si è fatta più intelligente, e sta emarginando a poco a poco (troppo lentamente, purtroppo) le punte reazionarie e clericali che incidono sul costume privato. Le battaglie, apparentemente marginali e di nicchia, che Angelo combatté per i giovani e gli hippies, sono oggi quasi vinte. E per la libertà non di esigue élites snob o di strati proletari, ma di tutti.

Situazionista o anarco-liberale o piuttosto il tipico "freak" anti-politico formatosi nella California degli eredi del Kerouak di "On the Road"? Certo, l’amicizia con Ginzberg e Fernanda Pivano, e la frequentazione di tanti scrittori, artisti e giornalisti alternativi della West Coast americana, sono la conferma d'una derivazione in qualche modo letteraria. Ma incidevano anche elementi caratteriali, personali. Insomma, era anche un po’ Boris Vian e un po’ Pannella, un po’ Marinetti e un po’ Prezzolini. Provocatore, sì, ma anche "antimodernista", antitecnologico, anti-tv ("Come fare a meno della tv e vivere felici"), anti-computer. Come Baraghini, che ancora snobisticamente scrive sulla Olivetti 22, anche Angelo non amava il computer, e vi si adattò in parte e malvolentieri, usandolo come macchina per scrivere, solo negli ultimi anni, quelli delle sue edizioni Mala Tempora (e il titolo antimodernista e pessimistico, alla Prezzolini, che infatti era un conservatore, è tutto un programma).

Era, però, anche illuso – ecco la sua ingenuità adolescenziale – che dai "giovani" potesse emergere uno stile di vita, che dalla "loro" musica nata come imitazione e già commercializzata (il rock), potesse venire una qualche forma di "controcultura".

Gli sfuggiva che tutti quei "valori", e quelle libertà per cui si batteva, o erano fittizi perché già fatti propri dal marketing delle grandi imprese del divertimento e del tempo libero (p.es., i discografici della rapace "industria del rock"), oppure coincidevano semplicemente con la libertà tout court. E allora non avevano più neanche dignità propria, insomma un capoverso dedicato, ma si inserivano nel più generale processo per rendere la nostra vita più liberale e laica.

Divenne, perciò, negli ultimi anni nostalgico degli anni avventurosi e libertari (gli anni 70) e autoreferenziale, avendo in odio ormai questa società moderna nella quale non si riconosceva più. Ma si era forse mai riconosciuto in quella precedente? E così avversò in tutti i suoi scritti, in modo viscerale, l’aziendalismo dell’èra di Berlusconi, altro grande egocentrico (mi colpì molto che nella sua casa di Trastevere tenesse attaccati alle pareti vari ritratti del "Berluska", sia pure con critiche dure), la caduta stessa delle ideologie (da giovane era stato giornalista al quotidiano socialista L’Avanti), l’omologazione culturale, la globalizzazione a senso unico, il consumismo (non si contano i titoli di opuscoli editi contro i feticci del mercato attuale, equiparato ad un grande e truffaldino "supermercato" di prodotti più o meno tossici e di idee normalizzanti che dovrebbero impedire di pensare.

Sulle sue riviste alternative degli anni 70 si veda questo sito interessante. Ma ho trovato anche una sua rara intervista, in cui si confessa in parte, rivelando lati poco noti.

Un personaggio unico, e scomodo per tutti, anche per se stesso: ci mancherà.

Nico Valerio

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