28 gennaio 2020

Giornata della Memoria a Viterbo una mostra e una performance...

TRIANGOLO ROSA: come è diventato un simbolo dei diritti dei gay



Quando Adolf Hitler e il suo partito nazista presero il potere in Germania nel luglio del 1933, iniziarono la persecuzione scientifica e l'eliminazione di gruppi considerati inutili e nocivi, a cominciare dai disabili, per continuare con gli ebrei, LGBT +, i rom e prigionieri politici.
A partire dal quell'anno i nazisti costruirono una rete di campi di concentramento (lager) in tutta la Germania, dove furono imprigionati gli appartenenti ai gruppi "indesiderabili", tra cui ebrei e omosessuali, per usarli come schiavi ed eliminarli sistematicamente
Questa persecuzione continuò dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939 e tra il 1941 e il 1945 : dai nazisti furono eliminati  fisicamente sei milioni di ebrei europei, seguendo un piano noto come "La soluzione finale al problema ebraico", nei campi di sterminio, con camere a gas/crematori, e sparatorie di massa. 
Questo genocidio è chiamato Olocausto o Shoah in ebraico.

 In totale, fino a 17 milioni di persone, tra cui  un numero imprecisato, che si stima tuttavia in centinaia di migliaia, di uomini gay e bisessuali, furono sistematicamente uccisi per mano dei nazisti.

Non è del tutto chiaro perché i nazisti usassero il colore rosa per contrassegnare omosessuali e bisessuali, ma nei campi di concentramento, i detenuti LGBT + sono stati sottoposti a fame e lavoro forzato, oltre a subire discriminazioni sia da parte delle guardie delle SS, sia dagli altri detenuti.

Pierre Seel, sopravvissuto gay del campo di concentramento di Schirmeck-Vorbrück vicino a Strasburgo, scomparso nel 2005, descrisse nel suo libro del 1995 " Deported Homosexual: A Memoir of Nazi Terror." di un incidente rimasto impresso in modo assolutamente indelebile nella sua memoria: un gruppo di guardie delle SS spogliò nudo  il suo amante di 18 anni e poi lo fece assalire da un branco di cani-lupo che lo hanno sbranato e infine ucciso.

“Non c'era solidarietà per i prigionieri omosessuali; appartenevano alla casta più bassa ”, 
"Gli altri prigionieri, anche se tra di loro, li prendevano di mira."

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, dopo la liberazione dei sopravvissuti dai campi la persecuzione degli uomini gay e bisessuali è continuata. L'attività sessuale tra persone dello stesso sesso è rimasta illegale nella Germania orientale e occidentale fino al 1968 e 1969 rispettivamente. ( e depenalizzata totalmente solo nel 1994 dopo la riunificazione tedesca).
Ma si è dovuto attendere fino al 2002 prima che il governo tedesco si scusasse con la comunità gay e depenalizzasse la documentazione relativa ad uomini gay e bisessuali schedati sotto il regime nazista.

Solo nel 2005 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che include omosessuali come parte delle persone perseguitate durante l'Olocausto.

Nella seconda metà degli anni 70 già Massimo Consoli aveva portato all'attenzione del movimento di liberazione degli omosessuali le persecuzioni nei loro confronti da parte dei nazisti con un coraggioso libro-denuncia intitolato OMOCAUST.
Esso è stato il  frutto delle sue ricerche tra i pochi superstiti in Germania e sopratutto negli archivi del grande studioso della Shoa Simon Wiesental,  che ha dedicato la sua vita con certosina e implacabile pazienza sia per ritrovare le tracce dei deportati uccisi e dei sopravvissuti, nonché dei criminali nazisti sfuggiti al castigo.

Ricordo che fu  in quell'epoca che il triangolo rosa venne riconosciuto e rivendicato come simbolo della gente omosessuale e  iniziò ad essere usato come simbolo per segnare la storia della violenza anti-gay:  diventò bandiera di orgoglio e di vita anziché come era stato creato e usato, di disprezzo e morte.

In un atto di sfida, il triangolo rosa recuperato è stato usato invertito, con la punta rivolta verso l'alto - come segno di attivismo gay. 

Negli anni 80 è diventato noto su scala internazionale, quando il collettivo Silence = Death Project lo ha usato sui poster che con cui ha tappezzato New York per sensibilizzare sulla crisi dell'AIDS e sempre con la punta in alto è stato successivamente utilizzato dalla Coalizione dell'AIDS per l'ACT UP delle sue campagne durante l'epidemia di AIDS.


La performance ideata e realizzata da Alba Montori a Viterbo ieri e oggi nell'ambito della mostra sulla persecuzione nei campi di sterminio a celebrazione del 27 gennaio - Giornata della Memoria 2020 è incentrata proprio su il sistema di etichettatura (numero tatuato sul braccio + triangolo o stella, cucito sull'uniforme a righe bianco/nero) praticato sugli  internati, volto a togliere loro identità e dignità  umana e sociale, a renderli "cose" e come tali eliminabili se "inutili/inutilizzabili".

Fondazione LUCIANO MASSIMO CONSOLI 
27 gennaio 2020


12 gennaio 2020

13 gennaio 2020: appuntamento per Alfredo a Roma...

... a mezzogiorno accanto al pino di piazza san Pietro, con un fiore, o più di uno.
    Ricorderemo Alfredo Ormando, 22 anni dopo, come facciamo ogni anno, dal 1999.

Chi può venga.




Ringraziamo di vero cuore il carissimo amico Piero Montana che, per ricordare Alfredo Ormando, lo scrittore gay nisseno che il 13 gennaio del ’98 si è bruciato vivo a Piazza San Pietro a Roma, ci ha inviato alcuni brani scelti dalle sue ultime e drammatiche lettere con una sua prefazione.
Questa sua iniziativa è grandemente meritevole perché prettamente individuale, non essendo supportata a livello istituzionale.

gli amic** della Fondazione Luciano MASSIMO CONSOLI
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In memoria di Alfredo Ormando
di Piero Montana

Il 13 gennaio del 1998 Alfredo Ormando, un trentanovenne siciliano, nativo di San Cataldo (Caltanissetta), un omosessuale con aspirazioni, velleità di scrittore si brucia vivo in San Pietro a Roma, cospargendosi di benzina e dandosi fuoco con un accendino.

Soccorso da un poliziotto, che cercherà con la giacca della sua divisa di spegnergli le fiamme di dosso, Ormando morirà in ospedale dopo 9 giorni di agonia.
Il suo non è un gesto di un folle, al contrario è un gesto lucido, consapevole, calcolato, preparato in tutti i suoi minimi dettagli.
È un gesto inaudito, mai tentato prima, di protesta estrema contro il Vaticano.
Quella che, pertanto, qui proponiamo non è un’interpretazione dei fatti realmente, storicamente accaduti e riportati nelle pagine di cronaca dei quotidiani nazionali.
È l’esposizione nuda e cruda del dramma esistenziale di un “irregolare”, dramma divampato in tutta la sua virulenza a causa di un’esistenza vissuta nell’inferno quotidiano di una cocente emarginazione.

Dalla maledizione, dalla dannazione di questa emarginazione, dal cuore di una sconfinata solitudine ci giungono le ultime e disperate lettere di Alfredo Ormando, destinate dall’autore ai posteri, e di cui, per la prima volta, pubblichiamo stralci dai toni alquanto toccanti e dolorosi.

Nella pubblicazione dei brani scelti da queste missive abbiamo deliberatamente omesso tutti i nomi di amici, amanti, parenti di Ormando non solo per una questione di privacy e di cautela da parte nostra, bensì per una ragione di fondo.
Non si tratta qui, infatti, di mettere in buona o in cattiva luce questa o quella o più persone, ma di focalizzare tutta la nostra attenzione sul dramma di una vita bruciata a causa della repressione e del pregiudizio antigay in un contesto sociale, come quello del profondo sud, assai retrogrado, ottuso e provinciale.
Su questo punto vogliamo essere chiari a scanso di equivoci, fraintendimenti, strumentalizzazioni.
Accusare qualcuno in particolare del suicidio di Ormando non giova alla causa per la quale egli si è immolato.
Del resto a leggere attentamente queste missive ci si accorge che queste non sono state dettate dall’odio e da sentimenti rancorosi nei confronti di qualcuno.
Se si credesse diversamente, sarebbe più difficile comprendere in pieno il significato del pellegrinaggio “nero”, luttuoso di Ormando a Roma.
Il senso di questo pellegrinaggio e del “ gesto finale” compiuto da Ormando in San Pietro è talmente evidente che non necessita di essere supportato da spiegazioni diverse da quelle fornite dall’autore di queste lettere.
E tuttavia se dobbiamo credere a queste missive, non possiamo considerare Ormando un santo, un eroe, un pazzo.
Nel farsi torcia umana, cero pasquale in Vaticano, pensiamo che Ormando non solo abbia voluto gettare luce sulle tenebre dell’oscurantismo di una morale cattolica, omofobica e medievale, ma anche sul grigiore della sua vita di emarginato, sul dramma di una insopportabile vicenda umana, grondante di lacrime e sangue.

Quella di Ormando non è la lezione di un kamikaze o di un martire, al contrario è una lezione umana, troppo umana. La lezione di chi scegliendo di morire, non vuole più essere lapidato, ferito quotidianamente per la sua omosessualità, la lezione di chi nel rogo vuole, al contempo, gettare luce col combustibile del suo corpo sul sommerso della sua ed altrui sofferenza a causa della mentalità, della morale sessuofobica della Chiesa.

Certo il rischio di questa lezione è di trasformare Ormando in un cattivo maestro ossia in un modello da imitare.
A scanso di questo grossolano errore pubblichiamo questi stralci dalle sue ultime lettere, giacché in queste righe a parlar chiaro non è la pazzia, la vanagloria, la vocazione al martirio, alla santità, bensì la drammatica inconciliabilità del mondo di un omosessuale con quello cosiddetto normale.

Dalle ultime lettere di Alfredo Ormando
A cura di Piero Montana

Palermo, 11 novembre 1997

Carissimo ( amico),
scrivo un’altra lettera ad uso e consumo dei posteri ...([1])
Ho deciso di farla finita con la vita, ogni illusione di riscattarmi attraverso i miei scritti è crollata. Sono stufo di vedermi isolato, emarginato. Che vale vivere quando non si è amati e rispettati. Ho l’amore materno e quello di «Y» è vero, ma ciò non copre l’ostracismo della gente e persino dei familiari. È troppo, non riesco più a trovare un motivo valido per dare un senso alla mia vita, magari un appiglio tenue, banale... Mi sento un appestato, un lebbroso con i suoi campanelli legati ai piedi per avvisare la gente di stare lontana da me.
Mi chiedo se un uomo già morto può essere considerato un suicida... Perché devo vivere?
Non trovo una sola ragione perché io debba continuare questo supplizio...
Sto meditando di trascorrere il Natale a Palermo con la mamma e «Y», a gennaio di andare a Roma e di darmi fuoco a Piazza San Pietro ... ma sarò ancora di questo parere ?
Eppure ci sono meno di due mesi, finalmente potrò cominciare a vivere, perché morire è vivere ...
Quei pochi minuti di sofferenza saranno ripagati con la cessazione di tutti i dispiaceri, di tutti i dissapori. Nell’aldilà a nessuno farò drizzare i capelli ed arricciare il nasino perché sono un omosessuale. Non capisco perché alla gente preme molto ricordarmi che sono gay. Io lo so che sono gay ed ho una buona memoria ed una buona conoscenza di me. Perché allora ripetermi e ribadirmi che sono un finocchio?
Non capisco questo accanimento contro di me. Non svio nessuno dalla retta via dell’eterosessualità. Chi viene a letto con me è maturo, adulto, consenziente e omosessuale o bisessuale.
Voglio tanto farla finita: spero infine di riuscire al più presto possibile.
 ***

Palermo, 27 novembre 1997

Carissimo ( amico ),
questa volta faccio sul serio. Se prima trovavo molti motivi per vivere, adesso ne trovo altrettanti per smettere. Sono arrivato al capolinea, il mio ciclo vitale sta per concludersi, lo sento inevitabilmente.
Ormai sono entrato nel tunnel della morte dove l’unica via d’uscita è Piazza San Pietro ...
Mi rendo conto che il suicidio è una forma di ribellione a Dio, ma non riesco più a vivere; in verità sono già morto.
Sono impaziente di andare a Roma e lì lasciare una vita che per me è stata sempre una condanna.
***

Palermo, 8 dicembre 1997

Carissimo (amico),
tra venerdì sera e sabato pomeriggio ho distrutto tutte le foto che mi ritraevano, ho distrutto i negativi e tagliuzzato quelle di gruppo, togliendo la mia immagine.
Non mi è rimasta neppure una foto, soltanto quella della patente e dell’abbonamento del bus cittadino.
È come se non fossi mai esistito. Purtroppo i ricordi rimangono archiviati in un oscuro meandro del mio cervello e quelli non li posso davvero strappare e tagliuzzare come ho fatto con le foto.
... Non voglio che questo mendace materiale mi sopravviva. A chi può mai interessare vedere la mia faccia da imbecille?
Forse non sono stato umiliato abbastanza da vivo per continuare ad essere oggetto di scherno anche da morto?
Con la scusa di sistemare le foto anche di «Y» ho distrutto pure le sue, salvando quelle che lo ritraevano da solo ed eliminando quelle dove eravamo entrambi.
«Y» ha pianto molto per questo e ciò mi ha dato molto dolore, ma io eseguo un piano che lui non conosce.
***

Palermo, Natale 1997

Caro ( amico),
quest’anno non sento più il Natale, mi è indifferente come tutte le cose, non c’è nulla che riesce a richiamarmi alla vita. I miei preparativi per il suicidio procedono inesorabilmente, sento che questo è il mio destino.
L’ho sempre saputo e mai accettato, ma questo destino tragico e là ad aspettarmi con una certosina pazienza che ha dell’incredibile. Non sono riuscito a sottrarmi a questa idea di morte, sento che non posso evitarlo, tanto meno far finta di vivere e progredire per un futuro che non avrò : il mio futuro non sarà altro che la prosecuzione del mio presente. Vivo con la consapevolezza di chi sta per lasciare la vita terrena e ciò non mi fa orrore, anzi ! Non vedo l’ora di porre fine ai miei giorni; penseranno che sia un pazzo perché ho deciso Piazza San Pietro per darmi fuoco mentre potevo farlo anche a Palermo. Spero che capiranno il messaggio che voglio dare : è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la Natura, perché l’omosessualità è sua figlia.
***

Palermo, 2 gennaio 1998

Caro ( amico),
è iniziato un nuovo anno ma non è per me, entro il mese avrò già messo in atto il mio funesto proposito.
… Mercoledì scorso è stato un bel giorno per me, i preparativi per il cenone di Capodanno mi avevano messo addosso una gran voglia di vivere, ma è durato soltanto una giornata e basta, dopo i pensieri funerei erano ritornati a tenermi compagnia.
… A volte basta davvero poco per essere felici e altrettanto poco per essere degli infelici. Per me il discorso è diverso, è da quando avevo dieci anni che vivo nel pregiudizio e nell’emarginazione, oramai non riesco più ad accettarlo, la misura è piena.
…. Sarò punito nell’aldilà per il mio gesto, spero nella comprensione e nella giustizia del buon Dio, sono pronto a pagare le conseguenze, dopotutto sono abituato e allenato alla sofferenza.
Se avessi avuto qui un paio di amici come te avrei accettato di buon grado la mia vita.
***


Palermo, 4 gennaio 1998

Caro ( amico),
sono impaziente di mettermi in viaggio per farla finita a Piazza S. Pietro…
Il dolore di sentirmi bruciare vivo non mi spaventa più.
Soffrirò pochi minuti, poi le endorfine mi aiuteranno a sopportare lo strazio.
Paragonato al mio vivere è di gran lunga preferibile, perlomeno durerà pochi minuti.
È stupido da parte mia che perseveri a ripetere sempre le stesse cose, ormai ho detto tutto. Tu sai perché sono arrivato a questa soluzione

_____________________________________

[1] Mercoledì, 10 gennaio 2007- 
Le ultime lettere autografe di Alfredo Ormando, datate 11 novembre’97, 27 novembre’97, 8 dicembre’97, Natale ’97, 2 gennaio ’98, 4 gennaio ’98 dedicate ad un amico di Reggio Emilia, che vuole restare anonimo, non saranno mai spedite per comprensibili motivi di cautela da parte dell’autore, che non volle essere fermato nel suo proposito suicida.
Resteranno nel cassetto in quanto scritte per i posteri.

Per espressa volontà di Ormando abbiamo dunque raccolto, sia pure in parte, questa eredità per far conoscere, attraverso la pubblicazione frammentaria dei brani scelti da queste missive, le motivazioni scritte, dichiarate, di un suicidio così scioccante.

La lettera datata Natale ’97 e quella per i posteri, spedita qualche giorno prima del suicidio all’agenzia Ansa di Roma, vengono qui presentate nella loro interezza, la prima in quanto già nota, dal momento che è stata altrove pubblicata integralmente, la seconda in quanto spedita dallo stesso Ormando affinché se ne conoscesse il contenuto.


21 dicembre 2019

PROGETTO PER UNA MOSTRA SUI 50 ANNI DEL MOVIMENTO LGBTQ IN ITALIA

Naturalmente noi di Fondazione Luciano Massimo Consoli non mancheremo.



SE CINQUANT’ANNI VI SEMBRAN POCHI: PROGETTO PER UNA MOSTRA SUI 50 ANNI DEL MOVIMENTO LGBTQ IN ITALIA

Partito da una proposta del Maurice GLBTQ di Torino ed in specifico dal suo Archivio/Centro di Documentazione, il progetto mira a realizzare un’esposizione in occasione dei cinquant’anni del movimento LGBTQ italiano. Abbiamo scelto come riferimento il 1972, anno in cui nel nostro paese si ebbero le due prime manifestazioni pubbliche di una rivendicazione politica dei diritti e della critica a pregiudizi e discriminazione contro persone gay, lesbiche e transessuali: la contestazione di Sanremo, organizzata dal FUORI! - prima associazione omosessuale nazionale - contro un congresso di psichiatri che volevano “normalizzare” e punire i comportamenti omosessuali e la comparsa di un manifesto per la “liberazione omosessuale” portato in piazza a Roma in occasione dell’otto marzo da Maria Silvia Spolato.

L’obiettivo è quello di raccogliere le tracce di una memoria, individuale e collettiva, che in questi anni si è sviluppata ma che rischia di perdersi. In questa esposizione si vorrebbero così presentare materiali di diverso tipo (volantini, riviste, articoli, ma anche fotografie, manifesti, libri, tessere, gadget, spille, bandiere e lettere personali per esempio) che possano raccontare questi cinquant’anni anche a chi non li ha vissuti o ne conosce solo una parte. L’esposizione ha l’ambizione di rivolgersi ad un vasto pubblico, convint* come siamo che la nostra memoria LGBTQ faccia parte di un processo generale più ampio e non debba comunque restare rinchiusa in pochi armadi poco raggiungibili e sconosciuti a quasi tutt*.

Per questo, trovando un accordo tra i principali archivi/centri di documentazione LGBTQ esistenti oggi in Italia, abbiamo concordato di cercare un percorso comune per ricordare l’evento del cinquantennale con una grande mostra, che sappia mettere a disposizione del pubblico questi materiali, costruendo un evento nazionale, che possa articolarsi anche con una esposizione più dettagliata sulla storia LGBTQ a livello locale. Il nostro obiettivo è proporci come Comitato Organizzatore dell’evento, a cui contiamo si possa affiancare un Comitato Scientifico, composto da storiche e storici, da espert* in diversi settori che possano aiutarci in quest’impresa con consigli ed indicazioni. La proposta è rivolta alle associazioni dell’arcipelago LGBTQ, alle realtà di movimento, alle singole e ai singoli che possano essere interessat* ed abbiano materiale inerente la storia del movimento LGBTQ italiano da mettere a disposizione del progetto. Il primo appuntamento che proponiamo a tutt* è

DOMENICA 2 FEBBRAIO 2020 dalle 11:00 alle 17:00 a Bologna, Centro di Documentazione “Flavia Madaschi” Cassero LGBTI Center in via Don Minzoni 18.

Per motivi organizzativi è gradita una comunicazione di conferma della partecipazione scrivendo a doc@cassero.it

L’incontro sarà l’occasione per iniziare a definire insieme le caratteristiche, l’organizzazione e la sostenibilità del progetto, ma anche anche per creare un coordinamento nazionale di tutte le realtà e singol* che conservano documentazione storica LGBTQ. Crediamo infatti che sia giunto il momento di far emergere e valorizzare l’immenso patrimonio storico culturale LGBTQ per dare finalmente il giusto riconoscimento al percorso del movimento nella storia italiana del 20° e 21° secolo.

Sono dunque invitate a partecipare tutte le realtà LGBTQ di movimento e le/i singol* disponibili ed interessat* ad una collaborazione.

Centro documentazione/Archivio Cassero di Bologna Centro documentazione/Archivio CIG di Milano Centro documentazione/Archivio Circolo Mario Mieli di Roma Centro documentazione/Archivio Circolo Maurice di Torino Fondazione “Sandro Penna”/ FUORI! di Torino MIT Movimento Identità Trans* - Bologna

Mentre l'indignazione imperversa online, la polizia custodisce la chiesa dove il furto della bandiera dell'orgoglio gay è terminato con una condanna a 16 anni.

Da USATODAY  Jason Clayworth Des Moines Register
Pubblicato 19:32 EST 20 dic 2019


In risposta a uno sfogo di rabbia sui social media e online, la polizia di Ames ha detto venerdì che stavano fornendo una pattuglia extra di sorveglianza intorno a una chiesa il cui striscione di orgoglio gay  ha portato l'uomo che lo ha rubato  a essere condannato questa settimana a 16 anni di prigione per crimine di odio.

Police Cmdr. Jason Tuttle ha detto che la pattuglia extra è stata ordinata a causa della diffusione della notizia sui social media e della risposta online alla condanna di mercoledì di Adolfo Martinez. 

Venerdì pomeriggio non c'erano minacce specifiche note, ha detto Tuttle. Ma la pagina Facebook della Procura della Story County era stata inondata di post che protestavano contro la sentenza, e non era più accessibile venerdì. Il caso ha fatto notizia a livello nazionale dopo che la combinazione del crimine d'odio e l'aggravamento delle condanne dei criminali abituali ricercati dai pubblici ministeri della Story County hanno aumentato la pena di Martinez di oltre cinque volte. Martinez, 30 anni, è stato condannato per i reati di rapina, droga e furto in Texas sei anni fa, come mostrano i registri giudiziari.
Adolfo Martinez
Martinez ha ammesso che la sua antipatia per le persone omosessuali è stata la ragione per cui ha rubato lo stendardo alla Chiesa di Cristo di Ames United a giugno e l'ha bruciato fuori dal  Dangerous Curves Gentleman’s Club e a pochi isolati di distanza. Ha sostenuto senza successo il rigetto di una accusa di incendio doloso nei suoi confronti, asserendo che chi lo perseguiva avrebbe violato il suo diritto  alla libertà di parola secondo il Primo Emendamento.

 I pubblici ministeri nella documentazione giudiziale  hanno fatto riferimento alle dichiarazioni che Martinez ha reso alla KCCI-TV subito dopo il suo arresto, che includevano un versetto della Bibbia.  "È un giudizio ed è scritto: 'Per eseguire vendetta sui pagani e punizioni sulla gente'", ha detto Martinez al giornalista, aggiungendo che era colpevole e non aveva intenzione di controbattere le accuse. 
Una giuria il mese scorso ha giudicato Martinez colpevole di incendio doloso, molestie e uso spericolato di fuoco o esplosivi.  

Ancora: Uomo dell'Iowa condannato a 16 anni per aver dato fuoco alla bandiera LGBTQ

"In un primo momento stava rischiando tre anni, ma non appena ha aperto bocca e ha detto 'Questo è il motivo per cui l'ho fatto', ha dato loro la motivazione del perché è accaduto e l'ha trasformato in un crimine di odio", ha detto Il professore di legge Bob Rigg della Drake University, che ha esaminato il caso su richiesta della Corte.
Lo stato di crimine d'odio ha trasformato l'accusa di incendiario da reato aggravato a un crimine, che comporta una pena più severa. E poiché la motivazione dell' incendio doloso era un delitto più grave, alla condanna si applicava anche l'abituale comportamento dell'autore del reato, aumentando ulteriormente la pena.
Il procuratore della Story Story Jessica Reynolds ha dichiarato all'Ames Tribune questa settimana che Martinez è stata la prima persona a essere condannata per un crimine d'odio nella contea.
 Reynolds ha affermato che il miglioramento è importante perché protegge le persone colpite da crimini a causa della loro razza, genere e orientamento sessuale.
Mentre alcune persone online e sui social media erano d'accordo con Reynolds, altri hanno definito la condanna scandalosa, osservando che i casi di omicidio hanno comportato tempi di prigionia molto più brevi. Alcuni hanno sottolineato in ciò che hanno detto che c'era una disparità tra etichettare il rogo di uno striscione di orgoglio gay come un crimine di odio mentre il rogo di una bandiera degli Stati Uniti è una forma protetta di libertà di parola.

Il pastore Eileen Gebbie ha rilasciato una dichiarazione sulla pagina Facebook di Ames United Church of Christ, notando che la sua chiesa non ha sporto denuncia contro Martinez e ha rinunciato a qualsiasi restituzione finanziaria associata al caso, offrendo anche di pagare le spese processuali di Martinez.
Il giudice associato Steven Van Marel del Distretto dello Iowa era vincolato dalla legge alle linee guida della condanna, ha osservato Gebbie.
In precedenza, ha scritto in una rubrica degli ospiti di Ames Tribune che quando Martinez ha lasciato l'aula dopo la sua condanna, si è rivolto a lei e le ha detto "Ci vediamo quando esco" - affermazione che, ha scritto, era difficile non interpretare come una minaccia .

Tuttavia Gebbie ha scritto che nella frase non c'era nulla da celebrare "quando tre bambini rimangono senza un padre funzionante e educante".
 Ha dichiarato che spera di avere l'opportunità di parlare e pregare con Martinez prima della sua liberazione."Sarebbe ragionevole immaginare che io e i membri della mia chiesa che erano in aula quel giorno, dovremmo rallegrarci di questo risultato", ha scritto Gebbie. “Forse ci state immaginando a gonfiare i pugni o a darci pacche sulla spalla per la vittoria. 
Noi non lo abbiamo fatto."