17 ottobre 2011

E' MORTO FRANK KAMENY

Addio a Frank Kameny, pioniere della lotta per i diritti gay.

Pochi giorni fa - l'11 ottobre 2011 - è morto un vecchio signore di 86 anni, che ha attraversato una buona parte della storia del Novecento e ha contribuito, forse più di ogni altra singola persona, alla conquista dei diritti delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali negli Stati Uniti.

Quest'uomo si chiamava Frank Kameny, era nato a New York da una famiglia ebraica e mentre il movimento omosessuali non aveva neppure il coraggio di chiamarsi con il suo nome ingaggiò una battaglia pubblica per vedere riconosciuti i propri diritti, arrivò fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti e coniò, tra l'altro, il motto "Gay is good". Come vediamo in questo cartello retto proprio da lui.

Sul sito della Cnn è apparso uno straordinario tributo a Kameny, firmato da David Carter che da anni conduce una ricerca biografica e storica su quest'uomo straordinario e tenace, che ha dimostrato di essere decenni avanti rispetto agli altri gay dei suoi tempi. Ma che cosa fece di così fuori del comune?

Nel 1957 Kameny fu congedato e privato del suo lavoro di astronomo dell'esercito americano a causa della sua omosessualità. Invece di tacere per la vergogna si oppose al licenziamento in Tribunale e cominciò a inviare petizioni e lettere di denuncia a uomini politici e istituzioni per riavere il proprio lavoro. Quando si trattò di arrivare alla Corte Suprema persino il suo avvocato lo abbandono, così Kameny scrisse da solo la sua memoria difensiva: anche se la Corte non ritenne di sua pertinenza la questione e rinunciò a entrare nel merito - eravamo nel 1961! - il suo documento è considerato il primo atto che invoca l'uguaglianza sulla base dell'orientamento sessuale mai presentato alla Corte Suprema.

È eccezionale che il suo documento - mentre il movimento pre-gay degli Stati Uniti si limitava a chiedere che gli omosessuali non venissero maltrattati dalla polizia e incarcerati, ma considerati disabili e malati mentali - insista su un concetto nuovo: i gay sono solo un'altra minoranza che non solo non va discriminata, ma deve essere esplicitamente difesa dal governo e dalle legge. Qualcosa di rivoluzionario!

In ogni caso, Kameny non si arrese affatto e decise che se la lotta non si poteva vincere nelle aule del tribunale, allora doveva essere condotta a livello politico, mediatico e sociale. La Mattachine Society - uno dei primi movimento omofili degli Stati Uniti - guidata da Hal Call si muoveva sulla linea "education and researche", cioè un approccio morbido e graduale che non doveva spaventare la società.

Kameny, invece, che fondò la Mattachine Society of Washington - dove conduceva la sua battaglia - aveva per obiettivo la piena uguglianza: da subito combattè perché l'Associazione psichiatrica americana smettesse di considerare l'omosessualità come una malattia, poi insistette perché i gay scendessero in piazza a manifestare a viso aperto: nel 1965 (!) si tenne il primo picchetto a Washington.

Quando Kameny andò a New York a parlare alla locale Mattachine Society riuscì a infondere coraggio ed entusiasmo in un gruppo di giovani attivisti più radicali che si impegnarono e riuscirono a essere eletti ai vertici della loro associazione. Proprio quegli uomini e quelle azioni portarono poi, nel 1969, ai fatti di Stonewall che sono considerati da tutti noi il vero e proprio atto di nascita del moderno movimento gay. E Kameny con il suo esempio e il suo comportamento favorì tutto ciò: fin dal 1968 aveva imposto il motto "Gay is good" a una minoranza che prima aveva paura anche solo a pronunciare la parola omosessuale.

Fu grande la sua soddisfazione quando finalmente nel 1973 l'Apa cancellò l'omosessualità dalla lista delle malattie; e lui commentò

"In un colpo solo sono state curate 15 milioni di persone gay"

Kameny continuò a combattere per il resto della sua vita, condotta con pochissimi mezzi economici, anzi quasi in povertà. Ma non smise mai di impegnarsi per i diritti delle persone lgbt ed è uno straordinario risarcimento della storia che prima di morire abbia potuto vedere la cancellazione definitiva del Don't Ask, Don't Tell.

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