30 ottobre 2015

Dedicato a Pasolini: 40 anni di ricerca della verità (IV e ultima parte - Pasolini sapeva)


VENERDÌ 30 OTTOBRE 2015


(inchiesta pubblicata da www.laici.it)

Tutto questo coacervo di crimini, bugie, delitti e nefandezze ha incrociato anche la vicenda umana e intellettuale di Pier Paolo Pasolini. Nell'immediato, Pino Pelosi si ritrovò a essere l'unico imputato del suo assassinio. La difesa del ragazzo venne dunque assunta dagli avvocati Tommaso e Vincenzo Spaltro, ma questi vennero quasi subito sostituiti da Rocco Mangia, un democristiano che aveva già assunto la difesa dei giovani 'pariolini' torturatori e stupratori del Circeo. La nomina di quest'ultimo sarebbe stata suggerita, stando a quanto riferisce lo stesso Pelosi, da Franco Salomone, giornalista del quotidiano 'il Tempo' che era andato a intervistare i suoi genitori. La strategia preparata dall'avvocato Mangia è molto semplice: Pelosi  avrebbe dovuto accollarsi la responsabilità esclusiva della morte del  poeta e dichiarare che quella sera, all'idroscalo di Ostia, non era  presente nessun altro. Il legale promise poi al ragazzo che sarebbe  uscito di prigione nel giro di una quarantina di giorni, poiché  l'istruttoria non sarebbe mai stata completata. L'avvocato Mangia nominò come periti di parte alcuni illustri professori, su cui tanto si sarebbe discusso: il professor Franco Ferracuti, psichiatra forense; il professor Aldo Semerari, criminologo; e la sua assistente, dottoressa Maria Fiorella Carraro. A posteriori, valutando anche altri elementi del caso, appare chiaro come fosse in atto un tentativo di organizzare intorno al Pelosi un 'cordone sanitario' teso a impedire l'emersione della verità sulla notte all'idroscalo. Il professor Ferracuti, oltre a essere considerato un luminare nel suo campo di ricerca e di attività, era iscritto alla loggia P2 e collaborava con la Cia e l'Fbi. Qualche anno più tardi fu chiamato dal ministro degli Interni, Francesco Cossiga, per entrare a far parte del Comitato di esperti che avrebbe dovuto occuparsi del caso Moro insieme all'esperto del Dipartimento di Stato americano, Steve Pieczenick, al quale Ferracuti offrirà la sua competente collaborazione. Il contributo dello psichiatra fu quello di sminuire la portata delle lettere scritte da Aldo Moro,  mettendo in dubbio persino la capacità di intendere e di volere  dell'ostaggio. Su questa congettura, funzionale a isolare  definitivamente Moro, Ferracuti si ritrovò in piena sintonia con  l'esperto americano. Inoltre, sua fu l'idea di far rapire alcuni  brigatisti nelle carceri per condizionare l'esito del sequestro e  mettere sul piatto della trattativa altra merce di scambio:  un'operazione rischiosissima, dagli sviluppi imprevedibili. Qualcuno  chiese persino a Turatello di cominciare a reclutare elementi  della malavita per attuare il progetto. Ma il bandito milanese rifiutò,  giudicando la cosa totalmente "strampalata", sia sotto il profilo organizzativo, sia in termini di utilità effettiva. Il professor Aldo Semerari, amico di Ferracuti, era invece un collaboratore del cosiddetto 'SuperSismi' diretto da vertici 'piduisti' e dal promettente faccendiere Francesco Pazienza, massone e diplomatico del Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta. Semerari, innanzitutto, era un convinto nazista,  che voleva rinnovare la strategia terroristica attraverso l'alleanza  tra estrema destra e malavita comune. In questo senso, il criminologo  romano è un personaggio centrale nella storia della banda della Magliana: nell'estate del 1978, a seguito all'opera di convincimento di un criminale comune con tendenze 'destrorse' - Alessandro D'Ortenzi detto 'zanzarone' - Semerari incontrò alcuni boss della banda della Magliana, tra i quali Franco Giuseppucci, presso la villa di Rieti del neofascista De Felice. Il  professore voleva mettere in pratica il suo progetto terroristico,  coinvolgendo quel consorzio criminale che stava scalando rapidamente le  gerarchie della malavita romana. Giuseppucci e i suoi  rifiutarono: pur essendo in gran parte simpatizzanti del neofascismo,  essi erano soprattutto rapinatori, trafficanti, spacciatori e usurai.  Ciò che li spingeva al crimine era solo il denaro. L'alleanza saltò, anche se in seguito non mancarono le occasioni in cui la banda della Magliana e i giovani neofascisti dei Nar collaborarono,  specie per ciò che riguardava le rapine a mano armata, il riciclaggio  di denaro sporco e altri generi di truffe. Pur non essendo riuscito  nell'intento di reclutare la malavita più tracotante e a convertirla  alla causa stragista, Semerari non fece mai mancare il suo aiuto a Cutolo, ai boss della Magliana e ai marsigliesi. Nei suoi propositi deliranti, nel luglio del 1980, in un periodo compreso tra la tragedia del DC9 di Ustica e la strage alla stazione di Bologna, compì due viaggi; prima nella Libia del colonnello Muhammar Gheddafi, poi negli Stati Uniti, per incontrare l'amico e collega Ferracuti. Cosa accadde in quell'arco di tempo? Gli inquirenti si convincono quasi subito che i responsabili della strage alla stazione di Bologna sono da ricercarsi nel frastagliato mondo della destra eversiva, fra Terza Posizione e i Nar. Dal momento in cui Semerari venne incarcerato iniziarono subito i tentativi di depistaggio del 'SuperSismi' di Gelli e Pazienza. Il professore potrebbe fare rivelazioni pericolose per tutti. Perciò, nel gennaio del 1981, alla stazione di Bologna centrale fu  fatta ritrovare una borsa con giornali tedeschi e francesi, barattoli  con esplosivo simile a quello utilizzato nella strage dell'anno  precedente e un fucile automatico. Quest'ultimo proveniva dal deposito  di armi collocato all'interno del ministero della Sanità, nella piena disponibilità della banda della Magliana e di quelle della destra neofascista. Qualche giorno prima, i centri di controspionaggio avevano lanciato un allarme sul pericolo di una 'Operazione terrore sui treni' da parte di organizzazioni terroristiche straniere. Ma si trattava di un altro depistaggio, ideato e organizzato dai 'piduisti' del 'SuperSismi'  allo scopo di alleggerire anche la posizione del professore. Al di là  dell'effettiva responsabilità della strage italiana più grave di sempre,  la vicenda che investì anche il professor Semerari illumina una rete di rapporti fra P2, servizi segreti militari, banda della Magliana e destra eversiva.  Non essendo emerse prove a suo carico, il professore venne scarcerato e  il suo nome riapparve più avanti in un'altra brutta storia, che  coinvolse ancora una volta il solito 'SuperSismi'. Qualche giorno  prima della morte rivendicò la paternità di un documento, falso, che  accusava alcuni esponenti democristiani di essere coinvolti nelle  trattative per la liberazione dell'assessore campano Ciro Cirillo. Il documento era stato pubblicato da 'l'Unità'. Ciro Cirillo era stato sequestrato, nell'aprile del 1981 da un commando delle Brigate Rosse - Partito guerriglia, una nuova 'colonna' fondata da un ambiguo collega di Semerari, Giovanni Senzani, anche lui in odore di 'servizi deviati'. Per la liberazione si attivarono alcuni amici democristiani di Napoli e vari settori dei servizi segreti militari. Venne chiesta persino la mediazione del boss in carcere della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo. Si giunse alla liberazione dopo una trattativa dai contorni oscuri. E non solo per il pagamento di un riscatto: sul 'piatto' vi erano anche gli appalti per la ricostruzione del 'dopo terremoto' in Irpinia. Il 1 aprile 1982, il corpo decapitato del professore venne ritrovato a Ottaviano, davanti all'abitazione di Cutolo. Sullo sfondo, la sanguinosissima guerra di camorra che opponeva la Nuova camorra organizzata alla Nuova famiglia di Ammaturo, organizzazione criminale che rappresentava quelle fazioni della camorra ancora legate a 'Cosa nostra' siciliana. Ma il professor Semerari era caduto vittima dell'ennesima guerra di mafia, oppure si era voluto eliminarlo in quanto testimone 'scomodo'  in quegli anni di atrocità e di 'connubi' criminali? Quel macabro  ritrovamento fece pensare anche a un messaggio lanciato proprio a Cutolo, invischiato nelle trattative per la liberazione dell'assessore Cirillo. Nel medesimo giorno venne rinvenuto il corpo della collaboratrice e compagna, Maria Fiorella Carraro, presumibilmente 'suicida'. Insomma, un collegio di periti veramente 'raccomandabile', quello di Pino Pelosi, che comunque finì col rimanere in carcere per più di nove anni!  Emerge, con una certa chiarezza, come negli anni '70 del secolo scorso -  e chi non lo vuol ricordare, più che dalla propria ipocrisia dovrebbe  cominciare a guardarsi, a questo punto, dal proprio 'rimbambimento'... -  alta criminalità, violenza a sfondo politico e malavita comune  convivevano fondendosi e confondendosi tranquillamente tra loro, in un  circuito criminale complessivo che venne a lungo utilizzato dai  cosiddetti 'poteri forti' e dalla criminalità mafiosa, per compiere i delitti più efferati. Pasolini era assolutamente certo dell'esistenza di questo tipo di relazioni.  E molti elementi raccolti in questi anni mi hanno indotto a credere che  egli fosse alla ricerca di quelle prove che, dalla periferie e dai  bassifondi romani, lo conducessero direttamente al 'Palazzo', con  le sue consorterie, le sue congreghe, i suoi conflitti di potere. E'  assai probabile che, tramite le sue frequentazioni di borgata, avesse  cercato di indagare sui malfattori siciliani e romani coinvolti nella "strategia della tensione",  o su quel neofascismo capitolino che reclutava adepti non solo tra i  'pariolini', ma anche tra malavitosi e 'borgatari'. Una simile indagine  in quegli anni era da considerarsi assai rischiosa, poiché esponeva Pasolini a pericoli enormi. Allo stesso tempo, pur essendo estraneo al Palazzo, il poeta friulano si stava impegnando per individuare i reali mandanti della "strategia della tensione",  al di là delle coperture offerte dai democristiani. Sappiamo, inoltre,  che egli s'era gettato alacremente nell'impresa di congegnare e ultimare  il romanzo 'Petrolio', nella certezza che il vero potere fosse gestito, in Italia, da chi, a quei tempi, aveva in mano la politica energetica. Il giorno stesso della morte di Pier Paolo Pasolini, la cugina Graziella Chiarcossi  denunciò un furto nella casa del romanziere: oltre a valori e gioielli  sarebbero state rubate delle carte a cui, evidentemente, i mandanti dei  ladri erano assai interessati. Semplice coincidenza? 'Petrolio' è rimasto incompiuto, una sorta di 'Zibaldone' di schemi e appunti per un romanzo che, sorprendentemente, la casa editrice Einaudi decise di pubblicare solamente 'all'alba' del 1992, dopo quasi vent'anni dalla scomparsa del suo autore, al termine della Guerra Fredda e in piena Tangentopoli, quando alcuni 'altarini' - solamente alcuni, come testimoniato dalla controversa vicenda di Bettino Craxi, utilizzato come principale capro espiatorio  di un sistema di potere da sempre 'pilotato' da potenze straniere, che  non intendeva più farsi ricattare politicamente e che stava invece già  pensando a 'riciclarsi' - iniziarono a venire alla luce. Ma cosa poteva  dare così tanto fastidio di 'Petrolio'? In particolare, i ladri che erano riusciti a entrare in casa di Pasolini nella notte stessa della sua uccisione avevano 'sfilato' l'appunto numero 21, intitolato 'Lampi sull'Eni' e dedicato alla figura di Eugenio Cefis, potente manager del settore petrolifero che era stato prima braccio destro di Enrico Mattei e che, dopo la morte di quest'ultimo, gli era succeduto nella carica di presidente. In seguito, Cefis, nel 1971, era anche riuscito a 'scalare' i vertici della Montedison. Spregiudicato e senza molti scrupoli, costui tentò di costituire in Italia un monopolio energetico  per creare un sistema di potere finanziario, industriale e politico in  competizione con quello delle storiche famiglie del capitalismo  industriale italiano (Agnelli, Pirelli, Falck). In effetti, 'Petrolio' è imperniato proprio sul difficile rapporto tra i due personaggi che avevano portato l'Eni tra le potenze economiche internazionali: se Mattei/Bonocore,  pur nella sua condotta spregiudicata, cercava di mettere le proprie  capacità al servizio della collettività attraverso una visione del  capitalismo che, comunque, soggiacesse agli interessi generali, Cefis/Troya  mira a estendere la propria influenza personale attraverso quella  commistione fra speculazione finanziaria ed economia privata, in quella  confusione tra etica pubblica e interesse privato che rappresentano i  veri tratti distintivi dei molteplici conflitti di interesse che hanno  finito col caratterizzare l'attuale fase di neocapitalismo globale. Comunque, i due erano antichi amici, avendo militato insieme nella brigata partigiana 'bianca' della Val d'Ossola di Alfredo di Dio, che collaborava intensamente con gli alleati angloamericani e con il Sim, il servizio segreto militare della monarchia. Militare di carriera, Cefis aveva familiarizzato con Enrico Mattei, che si era dimostrato un organizzatore efficiente e infaticabile. E' assodato che, attraverso le formazioni 'bianche' della Resistenza come quella di Alfredo di Dio, ebbero origine i primi nuclei di quella che diventerà la 'Gladio', cioè la sezione italiana della 'Stay behind' allestita dagli americani. Lo stesso Mattei è stato spesso indicato come uno dei fondatori della struttura paramilitare. Tuttavia, in qualità di presidente dell'Eni,  il potente manager voleva porre le condizioni per l'indipendenza  energetica ed economica dell'Italia, condizione imprescindibile per  proiettare il nostro Paese tra le grandi potenze, facendolo emergere  dalla limitata condizione di mera 'provincia' dell'impero americano.  Come abbiamo visto, il suo attivismo lo mise in contrasto con il  cartello petrolifero americano, inglese, olandese e francese delle 'Sette sorelle'. Per contro, la figura di Cefis  è sempre stata avvolta da una serie di ambiguità e di misteri che non  sono mai stati spiegati fino in fondo. Sarà forse il dubbio  sull'affidabilità dell'amico a convincere Mattei a chiederne le dimissioni, qualche mese prima della sua morte? Sembra infatti che Cefis avesse cercato di trafugare alcuni documenti riservati dell'Eni. Dopodiché, avvenne la nota fine di Mattei: il 27 ottobre 1962, il suo aereo privato si schiantò sul suolo di Bascapè, in provincia di Pavia.  Eccoci, dunque, tornati esattamente al punto di partenza: non ci  vogliono certo poteri taumaturgici per individuare, in tutti questi  fatti, un'unica regia, probabilmente sostenuta da forze che facevano riferimento ai servizi segreti della principale potenza bellica mondiale: quella americana. La tragedia di Bascapè fu il primo autentico atto di terrorismo  compiuto nel nostro Paese, che ha segnato l'inizio di un fosco periodo  di attentati, stragi e lutti. Per interi decenni, ha resistito la  versione ufficiale dell'incidente e, solo recentemente, grazie  all'inchiesta del giudice di Pavia, Vincenzo Calìa, è stata approfondita l'ipotesi del sabotaggio, affidato a sicari della mafia italoamericana e siciliana, o a uomini dell'organizzazione terroristica Oas. Mattei aveva sostenuto l'indipendenza algerina da Parigi e aveva appoggiato il Fronte di liberazione nazionale dell'Algeria, suscitando le ire dei colonialisti dell'Oas. A ogni modo, come in tutti i grandi delitti possono avere agito cointeressenze, poiché l'eliminazione di Mattei era certamente cosa gradita a molti, a cominciare dal 'cartello' petrolifero delle 'Sette sorelle'. Cefis era quantomeno a conoscenza del tentativo, poi riuscito, di eliminare Mattei. E qualche anno dopo, nel 1967, assunse la carica di presidente dell'Eni sotto i migliori auspici dei potenti ambienti della finanza e dell'economia americana. Con l'aiuto del presidente di Mediobanca, Enrico Cuccia, è poi riuscito a scalare la Montedison.  Al contempo, per rinsaldare il proprio potere e la propria influenza,  diede l'assalto ai mass media e alla carta stampata, contribuendo alla  fondazione del 'Giornale Nuovo' insieme al più autorevole giornalista italiano, Indro Montanelli, che si era allontanato dal 'Corriere della Sera' diretto da Piero Ottone perché troppo 'spostato' a sinistra. L'interesse di Pasolini per Cefis e il suo sistema di potere era nato dalla lettura del pamphlet: 'Questo è Cefis: l'altra faccia dell'onorato Presidente', da cui gran parte delle notizie riportate in 'Petrolio' sono tratte. L'autore era un tal Giorgio Steimetz, pseudonimo del giornalista Corrado Ragozzino, direttore dell'Ami (Agenzia Milano Informazioni). Quest'ultima era finanziata da Graziano Verzotto, un altro discusso personaggio, già collaboratore di Mattei e presidente dell'Ems (Ente minerario siciliano). Il poeta friulano ricostruì ben presto il complesso sistema finanziario allestito da Cefis e dai suoi alleati, individuando altresì un complesso e trasversale sistema di potere in grado di manovrare tanto l'estrema destra, quanto l'estrema sinistra tramite l'utilizzazione di elementi della criminalità organizzata e comune. Era chiaro, per Pasolini,  che l'origine di una simile organizzazione risaliva sino alla guerra e a  quel gruppo di resistenti anticomunisti e antifascisti che avevano  collaborato con gli angloamericani. Perciò, iniziò a suddividere il  periodo della "strategia della tensione" in due fasi ben distinte:  la prima - che culminò con la strage di piazza Fontana - con finalità  anticomunista, che doveva promuovere la repressione delle sinistre  italiane; la seconda, risalente alla fase 1973-'74, che viceversa si  prefiggeva di 'scaricare' i fascisti per "rifarsi una verginità" dopo il fallimento della 'crociata' anticomunista. Un'analisi lucida, fondata su indizi consistenti. La tesi 'pasoliniana' pare esser stata apparentemente avvalorata da un misterioso testimone di destra in un'intervista del giornalista Paolo Cucchiarelli, riportata nell'opera 'Il segreto di Piazza Fontana', edizioni Ponte alle Grazie.  L'ex sedicente militante neofascista, che afferma di essere a  conoscenza di molti segreti sulla madre di tutte le stragi, asserì che i  capitali del petrolio di Cefis - assieme a quelli americani - servirono a finanziare la "strategia della tensione" attraverso il traffico d'armi. Non è dato sapere quanti retroscena fossero a conoscenza di Pasolini. Quel che appare certo è che il suo omicidio venne accuratamente pianificato. Quanto a Cefis,  apparentemente il suo potere declinò nel 1977, allorquando fu costretto  a lasciare il Paese per la Svizzera e il Canada, poiché il suo nome  iniziò a venir associato a vari tentativi di 'golpe', come quello del  principe 'nero' Junio Valerio Borghese. Secondo una nota riservata del Sismi, emersa durante le indagini sulla morte di Mattei condotte dal pm Vincenzo Calìa, Eugenio Cefis era il vero capo della loggia P2. E solamente in una seconda fase egli la affidò nelle mani di Licio Gelli e di Umberto Ortolani, da sempre suoi uomini di fiducia. In effetti, con la fuga di Cefis, l'influenza della P2  aumentò a dismisura, penetrando nelle istituzioni, negli organismi dei  servizi segreti, nelle banche, nei giornali e nei telegiornali. Tutto in  attuazione di quel 'Piano di rinascita democratica' che non era un progetto semplicemente golpista, ma il tentativo di 'esautorare' l'assetto costituzionale dello Stato, per mutarne la sua natura parlamentare. Si è visto come Cefis  attribuisse grande importanza ai mass media e ai giornali nel plasmare  l'opinione pubblica, orientandola secondo gli indirizzi voluti. Infatti,  il piano della P2 ha sempre assegnato un ruolo fondamentale al controllo di stampa e televisione. Attraverso il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, nonché coinvolgendo Rizzoli e Tassan Din, la P2 era riuscita a ottenere, per qualche anno, persino il controllo del 'Corriere della Sera', il più importante quotidiano italiano. Ma il 'sistema Cefis' e la loggia P2 di Gelli e Ortolani  erano una cosa sola? Oppure, la seconda è la derivazione 'storica'  della prima? Nel 1973, nel corso del processo di unificazione massonica  fra la comunione del Grande Oriente e quella di piazza del Gesù, i  'fratelli' della loggia 'coperta' di piazza del Gesù, 'Giustizia e  Libertà', confluirono direttamente nella P2 del Grande Oriente. Fra le personalità più eminenti e influenti della prima vi era proprio quella di Eugenio Cefis. L'intero processo rientrava nel tentativo di dare alla massoneria italiana un indirizzo saldamente conservatore, creando una sorta di Partito 'occulto',  capace di incidere profondamente nella società e nelle istituzioni.  Nella sua scalata ai massimi vertici del potere finanziario, industriale  ed economico, Cefis contò fra i suoi alleati proprio il finanziere 'piduista' Ortolani e altri. La continuità si evince anche da altri riscontri: innanzitutto, negli anni '70, la Banca Nazionale del Lavoro, di cui era presidente il 'piduista' Alberto Ferrari, si presentava come una generosa cassaforte a disposizione sia di Cefis, sia della P2. Fra gli altri facoltosi 'clienti' spiccavano anche i nomi del finanziere Michele Sindona,  un losco personaggio per lungo tempo tenuto in gran conto da più  potenti ambienti finanziari e politici americani e italiani, insieme a  un certo Silvio Berlusconi, a quei tempi costruttore edile. Le transazioni venivano effettuate grazie alla holding della Bnl 'Servizio Italia', diretta da Graziano Graziadei. Come sappiamo, fra gli obiettivi più impellenti perseguiti dalla P2 c'era l'istituzione di una sorta di monopolio mediatico tramite il controllo della stampa e dell'editoria, insieme alla dissoluzione della televisione pubblica, da rimpiazzare con un grande network privato di portata nazionale. Non è difficile rintracciare nell'impero mediatico 'berlusconiano' la concretizzazione di tali propositi. In conclusione, il 'sistema Cefis' venne in qualche modo 'ereditato' dal gruppo di esponenti politici e personalità pubbliche raccolte attorno alla loggia P2. Furono questi i 'fili mortali' che Pier Paolo Pasolini aveva individuato sin dai primissimi anni '70 del secolo scorso. Ammettiamo che Pasolini  sia riuscito non solo a comprendere le logiche di quel potere  'invisibile', ma anche a ricostruirne, almeno in parte, alcuni segmenti;  supponiamo che, attraverso confidenze e testimonianze raccolte nelle  borgate fosse riuscito a 'scovare' alcuni luoghi di incontro tra la  malavita romana e l'estremismo neofascista; ipotizziamo, inoltre, che  intuitivamente avesse compreso che nella capitale d'Italia fosse presente un 'miscuglio' criminale e mercenario,  che offriva i propri servizi ai 'poteri forti'; immaginiamo vieppiù che  fosse riuscito a ricomporre alcune fasi importanti della biografia di Cefis e di quel sistema di potere ereditato, in seguito, dalla P2. E' chiaro che non è poi così assurdo ipotizzare che qualcuno abbia potuto pianificare il suo omicidio; che con la scusa del recupero delle 'pizze' di 'Salò' possa esser stato attirato in una 'trappola'; che Pelosi sia stato utilizzato, consapevolmente, come 'esca'; che Pier Paolo Pasolini  sia stato ucciso all'idroscalo, ovvero in un posto generalmente  frequentato da prostitute e 'marchettari', al fine di sviare le indagini  verso la pista del delitto maturato negli ambienti della prostituzione omosessuale; che la presenza di alcuni ladruncoli sul posto servisse ad attirare l'attenzione sul "tentativo di furto finito male"; che, al contempo, mentre Pasolini  veniva massacrato da un gruppo di picchiatori professionisti, reclutati  probabilmente nell'ambiente dello squadrismo neofascista o fra gli  elementi più decisi e pericolosi della delinquenza romana, altri si  occuparono di trafugare gli appunti più compromettenti del grande romanziere presso la sua abitazione. Bastava solo che si diffondesse il timore che Pasolini sapesse molto di più di quello che aveva scritto in quell'editoriale sul 'Corriere della Sera' intitolato, non a caso: 'Il romanzo delle stragi'.  E che stesse per pubblicare delle prove che avrebbero potuto  'inchiodare' una serie di influenti personaggi immischiati, in un modo o  in un altro, nei giochi di potere più 'sporchi' della nostra Storia.

di Vittorio Lussana

1 commento:

bla78 ha detto...

Molto bella la puntata di "Muro" su Sky Arte dedicata all'opera di Verlato su Pasolini... Consiglio a chi se l'è persa di recuperarla su Sky Online perché merita... http://arte.sky.it/temi/serie-street-art-roma-nicola-verlato-murale-pier-paolo-pasolini/