Associazione Fondazione LUCIANO MASSIMO CONSOLI

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3 aprile 2025

IVAN TEOBALDELLI NON C'E' PIU'


Ci ha lasciato Ivan Teobaldelli

Scrittore, poeta, critico d'arte, è stato fondatore, editore e direttore di «Babilonia», la prima rivista di cultura omosessuale pensata per un pubblico generalista. Aveva 76 anni.

di Giorgio Umberto Bozzo

Ho intervistato più volte negli ultimi anni Ivan Teobaldelli. La prima volta al telefono, nel novembre del 2021, per raccogliere la sua testimonianza e i suoi ricordi per la seconda stagione del podcast Le Radici dell’Orgoglio. Poi nel 2022 in un altro paio di occasioni per farmi confermare alcune informazioni e intuizioni nell’ambito di ricerche che stavo svolgendo sugli ultimi anni Settanta, quando militava nel Collettivo di liberazione sessuale fondato da Elio Modugno dentro Democrazia Proletaria.
L’ultima volta, invece, sono riuscito ad incontrarlo di persona, presso la Galleria Immaginaria di Firenze, di cui per anni è stato un collaboratore, il giorno del vernissage della mostra personale di un suo amico artista. In questa occasione abbiamo chiacchierato amabilmente per più di un’ora, con una intesa e un’empatia reciproca che ancora ha la capacità di intenerirmi.
Riporto qui integralmente la nostra conversazione.

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Giorgio Bozzo (sinistra) e Ivan Teobaldelli (destra) presso la Galleria Immaginaria di Firenze (4 ottobre 2024)

Ivan, in che contesto sociale, politico e culturale nasce «Babilonia» nel 1982?

Ho conosciuto Felix Cossolo in occasione di un campeggio gay organizzato in Grecia da un’associazione omosessuale ellenica nel 1978. Lui era il responsabile di «Lambda» e di lì a poco avrebbe litigato con Pezzana¹ per un’intervista fasulla a Marco Pannella², che ad Angelo non era andata giù, l’aveva presa come una provocazione. Io già scrivevo come collaboratore per «Lambda», ma è stato in Grecia che abbiamo avuto per la prima volta l’occasione di conoscerci di persona. Siamo diventati amici cominciando a fare cose assieme, come ad esempio il saggio Cercando il paradiso perduto³ sull’esperienza dei campeggi gay, di cui entrambi abbiamo curato i testi. Credo sia stato in Grecia che per la prima volta ci siamo detti: «Quel foglio [«Lambda»] non ha la dignità di un organo di comunicazione importante. Perché non proviamo a fare un vero giornale?». In quegli anni entrambi avevamo un impiego: lui alla Fiat, in modo sempre più saltuario e precario, perché aveva scelto la visibilità e l’impegno in anni davvero difficili per i militanti omosessuali; io, invece, avevo il mio posto all’INAM di Milano, vinto con concorso nazionale ancora da studente. Lì c’è stato il salto nel vuoto: abbiamo avuto il coraggio di licenziarci e di farci dare la liquidazione, poco più di tre milioni a testa. Iniziare l’avventura di un giornale con tre milioni a testa era da matti. Per di più non avevamo mai fatto un giornale prima... «Lambda» era poco più di un foglio... Fatto sta che Felix ha lasciato Torino, si è trasferito a Milano, l’ho fatto venire a casa mia, dove ha abitato per sei mesi, prima che gli trovassi casa non molto lontano da me, grazie a un’amica che andava via e lasciava il suo appartamento.

Dove abitavi allora?

La zona in cui abitavo era viale Tibaldi, dove c’era il Cristallo. Io stavo in via Zamenhof, che dava su Corso Ticinese dove passava il tram...

Quindi la prima redazione è stata a casa tua in via Zamenhof?

Sì, il numero zero lo abbiamo fatto per terra in casa mia, appiccicando le immagini con la colla sui menabò. Quando l’interno era pronto sono andato a cercare un tizio che sapevo essere un buon grafico. È lui che ha realizzato la prima copertina di «Babilonia» con tutte le lettere della testata che sembrano sbandare di lato e al centro questa bella immagine di Schifano...

Una copertina a dir poco iconica. Come è nata?

Avevo un volume di fotografie di Mapplethorpe che mi piaceva molto. Avevo scelto questa immagine di un uomo di colore fotografato seduto e di spalle che diedi a Corrado Levi. Corrado Levi la portò a Roma e la dette a Schifano. Schifano, in un momento di suo delirio artistico, prese un pennarello rosso e disegnò un gran cazzo con le palle, così... [disegna col dito nell’aria]

La copertina del numero zero di «Babilonia»

Fu anche realizzata una maglietta da quella copertina...

Una maglietta meravigliosa. Dovrei averne ancora una da qualche parte.

Tu dici «La diedi a Corrado Levi», quindi c’era una rete amicale intorno che vi aiutava in questa impresa...

Corrado veniva dal Fuori!, era di Torino, conosceva bene Felix, conosceva bene me... ci conoscevamo tutti... Pezzana, Francone, tutti...

Tu in che anno sei arrivato a Milano da Città di Castello?

Nel 1974.

E quando sei arrivato a Milano hai cominciato a...

Non subito, ma nel giro di un paio di anni ho cominciato a vivere la dimensione sociale della mia omosessualità, entrando nel collettivo fondato da Elio Modugno...

Il CLS?

Sì, il Collettivo di liberazione sessuale - un collettivo della nuova sinistra - e da lì ho iniziato a conoscere tutta la cosiddetta comunità gay milanese e a fare attivismo. Era lo stesso anno in cui in via Morigi i COM avevano occupato la casa e, quindi, vidi il primo spettacolo di Mieli...

La Traviata Norma?

Sì. In seguito, poco dopo la sua apertura, ho lavorato a Radio Canale 96, la prima radio della sinistra extraparlamentare, antecedente a Radio Popolare, dove ero responsabile della rubrica giornaliera degli spettacoli, per la quale, assieme a una ragazza di nome Lucia, intervistavo gli attori e i cantanti di passaggio sulla piazza di Milano. Ho lavorato due anni alla radio.

Ti ricordi come sono arrivati i COM in Canale 96?

Sì, e ricordo che i COM avevano una rubrica autogestita il sabato sera. Erano decisamente scatenati, Mario Mieli era nel suo momento migliore, stava per pubblicare il suo libro Elementi di critica omosessuale... erano anti-radicali, molto animosi contro Pezzana... e volevano essere di sinistra [N.d.R. Pezzana nel 1974 aveva federato il Fuori! al Partito radicale], non riformisti, ma rivoluzionari. Volevano essere un gruppo svincolato e libero, nell’ambito della sinistra extraparlamentare. Erano sguaiati, eccessivi e semi-travestiti, mentre dall’altra parte c’erano gli omosessuali con la barba...

Tipo Elio Modugno...

Sì, tipo Elio, che era l’esatto contrario. Una delle cose che ho tentato di ottenere in seguito con «Babilonia» è stata la convivenza - che sembrava impossibile - delle due anime del movimento. Ricordo che nei primi tempi ero terrorizzato dalle checche, io non mi riconoscevo in loro. Andavo in via Morigi e c’erano queste matte che ti saltavano addosso... io ero terrorizzato perché non mi sentivo così e loro non rappresentavano quello che provavo...

Eppure loro rivendicavano questa modalità come una forma di lotta…

E ne avevano tutte le ragioni e io ho cercato con «Babilonia»... è stata una sfida e in qualche modo credo di averla vinta... di accogliere tutte e due queste anime, che quasi sembravano un ossimoro, l’una il contrario dell’altra. Anche oggi io rivendico come legittime sia la checcaggine che la militanza seria: ci vogliono tutte e due. Va detto che in quei momenti lì era più violenta e più efficace la checcaggine perché scioccava la gente... gli altri militanti al confronto sembravano persone normali. Io ho una mente che ama l’ironia, il sarcasmo, la trasgressività... in seguito mi sono travestito anche io da donna, ne ho fatte di tutti i colori, però allora ero terrorizzato...

Lo posso immaginare, Mario era un campione della provocazione.

Era troppo per me all’inizio.

C’è una cosa molto importante da ricordare: «Babilonia» esce da subito in edicola...

Era quello che volevamo…

…perché «Lambda» al massimo la trovavi nelle librerie della sinistra.

Non aveva nessuna distribuzione. Noi, invece, trovammo un distributore di riviste pornografiche, Bartolo Miani, che diventò il terzo socio del giornale soltanto per poterci offrire la distribuzione. Grazie a lui arrivavamo in edicola. Però in edicola eravamo collocati tra le riviste porno…

Me lo ricordo benissimo.

C’erano anche molti abbonati, a cui inviamo la rivista in buste assolutamente anonime, che il più delle volte avevano come destinatario una tristissima e anonima casella postale. Non avevamo pubblicità, anche perché - con nostro disappunto - all’inizio tutti gli stilisti avevano paura del target gay. Non avevamo alcun finanziamento pubblico o dai partiti. Non abbiamo avuto mai niente. Siamo stati di un’incoscienza... non saprei neppure come definirla... vertiginosa!

Anche perché nel vostro caso non era un passatempo, era il vostro lavoro.

Certo. E se siamo riusciti a portare avanti il giornale è stato grazie a tutte le iniziative che abbiamo inventato e organizzato, come i campeggi e le feste... I campeggi ci aiutavano molto perché nel giro di un mese facevamo un po’ di milioni che poi venivano immediatamente spesi per pagare i debiti coi tipografi...

I lettori non vi aiutavano?

Raccoglievamo cassa con gli annunci e facendo promozione diretta al giornale nei locali, alla Nuova Idea di Milano, ma anche nei locali di Bergamo e Brescia. Ciò che ci ha sostenuto tantissimo è stata l’invenzione della guida dei luoghi e dei locali gay, che avevamo chiamato «Italia Gay». Di «Italia Gay» ne vendevamo... mi sembra che la prima edizione abbia venduto diecimila copie e dentro c’era anche la pubblicità di molti dei locali che erano presentati nella guida. Con questa guida abbiamo pagato i costi e i debiti del giornale. Noi non avevamo una lira, nessuno ci dava il benché minimo contributo, che ne so?… per la carta… mai un soldo né dallo Stato né dai partiti. Niente.

Però siete riusciti a rimanere in edicola per anni e anni... I collaboratori come venivano scelti?

I collaboratori all’inizio arrivavano dal giro delle persone amiche. Erano giornalisti moto validi, come Mauro Gaffuri, che era già affermato come giornalista...

Fu anche direttore all’inizio.

Sì, per un numero o due...

Credo che ci fosse stato un primo direttore che aveva avuto però subito dei problemi con la testata per cui lavorava, poi Mauro per un paio di numeri e poi...

Poi ci sono stato io, quasi subito... quindi tra i primi collaboratori ci sono stati Mauro, che si firmava Blanche Dubois, come il personaggio di Tennessee Williams in Un Tram che si chiama desiderio, poi Emilio Papini, Marc De Pasquali… Mario Mieli ha scritto nei primi due numeri, poi purtroppo è morto... Inoltre c’erano dei ragazzi che ci aiutavano per le traduzioni, del tutto gratuitamente. Io, Felix e Mario Anelli, il terzo pilastro di «Babilonia» che svolgeva il ruolo di segretario di redazione, una persona squisita, ci davamo allora 500 mila lire al mese a testa e per circa dieci anni siamo andati avanti così... a Milano! Ci pagavi giusto l’affitto e poco altro... va beh... Un’altra cosa che ha aiutato «Babilonia» è stata l’invenzione della Libreria Babele, che fu sin dall’inizio un successo, perché era frequentatissima, era l’unica libreria gay in Italia...

Com’è nata l’idea della Babele?

L’abbiamo pensata Felix ed io: eravamo convinti che quella di una libreria era una buona idea e che sarebbe stata utile anche per la distribuzione di «Babilonia». In noi c’era una rivendicazione uno scopo che sorreggeva tutto il nostro impegno: volevamo associare una dimensione culturale all’omosessualità, che fino ad allora era stata vista come una cosa che riguardava quattro depravati che andavano a battere ai cessi della stazione o che veniva identificata con i travestiti. Noi volevamo dare uno spessore culturale all’omosessualità.

Come lettore ciò che apprezzavo di «Babilonia» era che era si presentava come una rivista molto contemporanea, legata allo spirito del suo tempo. Era molto pop. C’era musica, cinema, arte… era intellettuale senza essere intellettualistica.

Certo, non aveva la raffinatezza di alcune riviste francesi - mi sfugge il nome di una che usciva in meravigliosi volumi trimestrali, dove scrivevano grandi intellettuali… -, però per l’Italia era un punto di riferimento. Soprattutto per gli omosessuali della provincia: gente disposta a fare anche 50 chilometri col pullman o il treno per andare in un’altra città, comprare «Babilonia», nasconderla dentro un altro giornale e portarsela a casa.

Quante copie riuscivate a vendere?

Sette, otto mila all’inizio…

Non male.

No, infatti. Pian piano abbiamo cominciato ad avere qualche riscontro positivo. A Firenze, ad esempio, c’era Marcello, il proprietario del Crisco e del Tabasco, che presto è diventato un grande sponsor di «Babilonia». Per anni ha acquistato in ogni numero pagine pubblicitarie per spingere i suoi locali. Lui e sua sorella Mara. Marcello è stato uno dei nostri più importanti sostenitori. Veniva anche ai campeggi gay con il suo fidanzato, prendeva un bungalow, era una persona squisita. Mi è molto spiaciuto quando è morto di Aids…

Quella dei locali è stata in generale un’ottima fonte di sostentamento per il giornale: negli anni Ottanta spuntavano come funghi e di pubblicità su «Babilonia» se ne vedevano molte…

Parecchi poi non pagavano… mai… lasciamo perdere…

Senti parliamo dei campeggi. Nel 1979 viene organizzato il primo campeggio in Italia. Già all’inizio hai detto di aver conosciuto Felix al campeggio internazionale in Grecia l’anno prima, che era stato un piccolo disastro di organizzazione…

Fu più una diaspora che un campeggio. In Italia ci furono i primi due campeggi a Capo Rizzuto organizzati da Felix.

Tu ci andasti?

Io ci ero passato, anche perché poi abbiamo scritto assieme il libro Cercando il paradiso perduto

Con le foto di Giovanni Rodella.

Alcune di Giovanni, altre di altri partecipanti… Il primo campeggio di cui mi occupai dell’organizzazione venne organizzato vicino a Ortona, in Abruzzo. Come organizzatore ho fatto quattro campeggi, impegnato dalla mattina alla sera, un casino… Ricordo che, nell’imminenza dell’uscita del primo numero di «Babilonia», Felix era andato a cercare il campeggio. Era dicembre e lui si è involato lasciandomi sul groppone tutte le attività per la pubblicazione del primo numero. Era il primo numero, era importantissimo ed io ero solo.

Intendi il numero 1, non il numero zero.

No, il numero 1, che fu in edicola nel gennaio del 1983, quello con la copertina di Querelle de Brest. Ero in crisi perché mi sentivo abbandonato.

Ricordi l’accoglienza del primo numero? Come andò?

A Milano alcuni giornali si accorsero di noi e iniziarono a seguirci. Poi, sai, noi abbiamo sempre fatto dei bellissimi dossier, delle inchieste che poi venivano riprese anche da altre testate. Inoltre, a spargere il verbo, c’erano le feste…

Che sono cominciate quasi subito.

Subito, prima ancora che uscisse il giornale in edicola ci fu una festa per il numero zero al Teatro Tenda, a cui prese parte anche Mario Mieli, con un vestito marocchino meraviglioso, che poi mi regalò, un vestito tutto ricoperto di perle, un antico abito tradizionale da sposa…

Quindi ci fu una festa sin dal numero zero.

Al Teatro Tenda di Milano, dove venne… non so se l’hai conosciuto, io lo chiamavo «il comunista mite»… Mario Spinella, un intellettuale finissimo, che ci seguiva. Poi c’era Pigi…

Pigi Mazzoli?

Sì, vestito da marinaretto di Brest. I travestimenti di Pigi erano spettacolari.

Mitiche sono state anche le feste di «Babilonia» alla Nuova Idea. Il collegamento con quel locale come nacque?

Beh, era il locale gay più grande di Milano. La proprietà era a dir poco losca, ma riuscivamo a conviverci. C’erano tre sale da ballo!

Era pazzesco, me lo ricordo.

C’era una sala di liscio enorme e poi la sala della disco music. C’era sempre una miscela umana sconvolgente e coinvolgente. Noi organizzammo delle feste meravigliose invitando deejay molto importanti.

La affittavate?

Certo. E veniva chiunque. Veniva Giuni Russo, veniva Fiorucci, Ivan Cattaneo… una volta mi pare che sia venuta pure Patty Pravo. Ricordo delle feste meravigliose. C’era questo nostro amico, Giorgio Funari, uno scenografo che si occupava di allestimenti con i fiori. Lavorava per grossi eventi della moda, per le cene milanesi più mondane di allora. Ricordo che trasformò la Nuova Idea in una giungla, con tutti questi ragazzotti bonazzi vestiti da Tarzan e le travestite vestite da Jane. Io ero il presentatore, non ti dico il ridere. In un’altra occasione abbiamo organizzato l’elezione di «Mister Babilonia» e ci saranno state 2.500 persone.

Che meraviglia.

Che manicomio!

Siamo nei primi anni Ottanta e di lì a poco sarebbe arrivato l’incubo dell’Aids.

Il terzo numero di «Babilonia» del marzo 1983 uscì con una copertina che titolammo Cancer Gay?, perché all’estero già si parlava di questo argomento. Lo leggevamo sui giornali americani, su quelli francesi. C’era già questa cosa.

Quindi la prendeste seriamente?

Da subito. L’ultimo campeggio che organizzammo fu a Porto Sant’Elpidio nell’‘84 e fu a dir poco problematico. Arrivavano gli olandesi e i berlinesi già tutti sieropositivi… come facevi a non prenderla seriamente? Abbiamo dovuto optare per la decisione molto sofferta di non fare più campeggi, perché il rischio di contagio si era alzato esponenzialmente. Sai, lì non si faceva altro che trombare dalla mattina alla sera… Come fai ad essere complice di una promiscuità che porta con sé così tanti rischi. Che poi non la puoi impedire, ci mancherebbe, però…

Fu una forma di autocensura?

Certo. Ricordiamoci che allora non c’erano cure, solo, di lì a poco. l’AZT, che però ha causato molte morti. Ho quasi più amici morti di AZT che a causa del virus stesso. Che poi si trovava solo in Svizzera. Era caro, introvabile e t’ammazzava.

Quelli sono gli anni in cui inizia a prendere forma l’Arcigay. Quale è stato il rapporto tra «Babilonia» e Arcigay?

Noi eravamo molto amici di don Marco Bisceglia. Io stesso sono stato segretario nazionale di Arcigay. Mi sembra che al terzo o quarto campeggio organizzato dal giornale sia venuto anche Grillini. Arcigay è cresciuto con noi e ci fu una divisione di compiti: noi ci occupavamo di cultura e informazione, loro di socialità. Loro avevano le tessere e i contatti politici… certo che quei torsoli del PCI non aiutavano… facevano la guerra a Grillini. Anche noi non siamo mai riusciti ad avere un rapporto privilegiato con il PCI. Erano più bigotti dei democristiani in quel momento.

Ho fatto un’intervista a Menduni, che era il presidente di Arci Nazionale…

Era in gamba…

…e lui dice che l’avvicinamento del PCI alla questione omosessuale avviene esclusivamente per un calcolo di tipo politico, perché il Partito radicale, che aveva candidato già nel 1976 persone omosessuali, alle politiche del 1979 passa da quattro a 19 parlamentari. Il PCI invece aveva avuto una battuta d’arresto. Pare che da questo sia scattata l’esigenza di dialogare con i froci. Però l’interesse elettorale non vuol dire accettazione della questione.

Certo che no. Ti ricordi quella lettera all’interno del PCI che scrisse quell’omosessuale… era un rospo che non riuscivano a digerire.

Com’è stato il rapporto di «Babilonia» con gli intellettuali?

Buono. Pensa che la prima guida gay fu recensita da Pier Vittorio Tondelli. La prima intervista che feci per il giornale fu con Sylvano Bussotti e lui era innamorato di «Babilonia».

Arbasino?

Arbasino non si fece mai intervistare. L’avremo cercato almeno venti volte, ma lui niente. Aldo Busi subito, lo intervistai io.

Poi divenne anche collaboratore.

Sì, lui era un intellettuale importante in quel momento… Poi Dario Bellezza… Angelo Frontoni, il fotografo di Ursula Andress e di molte altre dive del cinema, era un amico mio e di «Babilonia»... La reazione negativa di Pasolini al movimento era stata emblematica, perché era come se noi volessimo andare a sputtanare quel mondo che «se non si dice si fa di più». Questo era ciò che professava Arbasino: «Quanto era meglio quando non si diceva, ma si faceva di più!».

Intanto la gente moriva ogni tanto…

Ma certo, veniva ammazzata nei parchi di notte. C’erano i ricatti sul lavoro per chi veniva scoperto gay. Nella scuola quanti insegnanti erano gay nascosti, perché sarebbero stati buttati fuori. Come fai ad accettare questo discorso del «si faceva di più»? Che poi era tutta gente che andava a marchette…

Voi avevate collaboratori da ogni parte d’Italia: Francesco Gnerre e Andrea Pini da Roma…

Ma scherzi? Gente di elevata qualità. A Roma andavo ogni mese a fare una riunione per mettere giù idee per articoli. Da lì arrivò Antonio Veneziani… ma ricordo anche Carlo Jansiti, che ora vive a Parigi da molti anni, lui ha collaborato molto con «Babilonia». Aveva la passione per l’astrologia e curava una bellissima rubrica in cui parlava dei segni zodiacali dei grandi artisti del passato, ma ha anche intervistato personaggi come Paola Borboni, Lina Wertmuller, Gian Maria Volonté. Abbiamo sempre avuto collaboratori di grande qualità.

Com’erano i rapporti tra la redazione e gli uffici stampa delle case discografiche o cinematografiche del tempo? Vi davano retta?

In linea di massima erano collaborativi, ma devi tenere presente che non era facilissimo tirare su il telefono e dire: «Buongiorno, siamo la redazione di un giornale omosessuale». I pregiudizi erano pesantissimi. Ti racconto un fatto. Quando mi recavo in questura per far fare i permessi o le autorizzazioni per le attività che organizzavamo all’inizio c’era il fuggifuggi generale, i poliziotti si davano di gomito e solo dopo un po’ si avvicinavano per venire a vedere il “frocio”. Mi si fermava il respiro ogni volta che ci andavo perché era una vera umiliazione. C’era un clima faticosissimo.

Però di attenzione ne avete avuta…

Molta. Ricordo che qualche anno dopo facemmo un’inchiesta con Giovanni Dall’Orto…

Giovanni c’era da subito?

Noi, lui venne qualche anno dopo. Ci mandava ogni tanto qualcosa, ma non era ancora un vero militante… quando lui scrisse l’inchiesta sugli omosessuali al confino nelle isole del sud durante il fascismo¹⁰ – un’inchiesta molto bella – «Panorama» la volle e la ripubblicò.

Caspita!

Sì, però a me fecero un attentato: mi incendiarono casa, di notte con una tanica di benzina…

Come atto omofobo?

Certo. Questo questore, di cui l’articolo faceva il nome, era ancora vivo.

Quindi c’era anche una motivazione politica.

Direi proprio di sì. Vennero alle tre di notte, fortuna che non ero in casa. Sono andati a fuoco il mio appartamento e i due che avevo a fianco. Stavo all’ottavo piano e avevano anche bloccato l’ascensore. Per fortuna non ci scappo il morto. Io feci denuncia, ne parlarono i quotidiani milanesi, il «Corriere della Sera» diede un grande risalto alla vicenda… l’unica misura presa dalla questura fu una gazzella della polizia di fronte alla redazione di «Babilonia» per cinque o sei mesi.

La redazione di «Babilonia» era…

Era in via Ebro.

Lo sai che anch’io ho collaborato al giornale?

Ma non ci si conosceva?

Beh, sai, io conoscevo te ovviamente, ma mi interfacciavo soprattutto con Mario Anelli.

L’ho visto qualche anno fa, ho avuto il suo numero da Mattia Morretta e siamo riusciti a vederci un pomeriggio. Lui è quello che ha portato avanti «Babilonia» insieme a una cooperativa di collaboratori a cui io ho venduto le mie quote: c’erano Giovanni Dall’Orto, Mario Anelli e altri ragazzi…

In che anno hai lasciato «Babilonia»?

Nel 1995.


L’intervista termina qui. Di lì a qualche minuto sarebbe iniziato il vernissage. Ci siamo abbracciati con la promessa di una mia discesa a Città di Castello per continuare a chiacchierare. Mi mancherà molto chiacchierare con Ivan. Senza dubbio è stata una delle persone più generose, disponibili e divertenti che io abbia mai conosciuto nel corso del mio peregrinare alla ricerca della storia LGBT+ italiana e dei suoi protagonisti.

Fabio Bedini, un caro amico di Ivan, ieri nel corso di una mesta telefonata mi ha detto: «Se n’è andato come ha sempre desiderato. Aveva l’incubo di morire in un ospedale. Si è accasciato nel suo appartamento appena rientrato da una festa di compleanno dove aveva visto amici e si era divertito. Probabilmente non si è neppure accorto di andare via».

Voglio davvero sperare che sia così.

Ivan Teobaldelli (Sestino, 15 ottobre 1949 - Città della Pieve, 10 marzo 2025) è stato uno scrittore, poeta, giornalista, editore e direttore della rivista di cultura omosessuale «Babilonia», dal 1982 al 1995.

Mi mancherai, Ivan. Mancherai a tutti coloro che ti hanno conosciuto e voluto bene. Come ti ho detto poco prima di salutarti, mille volte grazie per tutto quello che hai fatto per noi.

1

Angelo Pezzana è un attivista, politico, giornalista e saggista italiano (Santhià, 15 settembre 1940). Nel 1971 è stato tra i fondatori del Fuori! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), di cui per anni è stato leader.

2

Verso la fine del 1978 Felix Cossolo fa uscire su «Lambda» una finta intervista a Marco Pannella in cui il politico ammette la propria omosessualità. Alcuni redattori e Angelo Pezzana, che di «Lambda» era il direttore responsabile decidono di uscire dalla testata per protesta.

3

Ivan Teobaldelli e Felix Cossolo, Cercando il paradiso perduto, Milano, Gammalibri, 1981

4

Il cinema teatro Cristallo di via Castelbarco negli anni Ottanta era una storica location per proiezioni cinematografiche e concerti pop-rock.

5

Robert Mapplethorpe (New York, 4 novembre 1946 – Boston, 9 marzo 1989) è stato un famoso fotografo americano.

6

Corrado Levi è un attivista, docente universitario, artista, saggista, tra i fondatori e finanziatori del Fuori!.

7

Mario Schifano (Homs, 20 settembre 1934 – Roma, 26 gennaio 1998) è stato un pittore e regista italiano.

8

Elio Modugno (Milano, 24 luglio 1942 - Malaga, Spagna, 21 agosto 1978) è stato un attivista italiano. Tra i fondatori dell’Airdo (Associazione Italiana per il riconoscimento dei diritti degli omofili) nel 1972, come militante di Democrazia proletaria avrebbe fondato nel 1975 il Collettivo di liberazione sessuale. È morto tragicamente nel corso di una vacanza in Spagna.

9

I COM sono i Collettivi omosessuali milanesi che vengono creati nella primavera del 1976 da Mario Mieli quando si esaurisce l’esperienza del Fuori autonomo milanese.

10

Giovanni Dall'Orto, Per il bene della razza al confino il pederasta, su «Babilonia» n. 35, aprile 1986, pp. 14-17.

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1 aprile 2025

I was gay before I had speech (Ero gay prima ancora di parlare)

 



Giovanni Bolin
FRONTE DI LIBERAZIONE GAY DI LAWRENCE

Il Lawrence Gay Liberation Front alla marcia delle donne nel campus della Kansas University con John Bolin (a destra), foto di sconosciuto, 1971.

Gay Liberation non è mai stata limitata a grandi città come San Francisco, Los Angeles e New York: è stato un movimento globale che ha acceso l'attivismo e la difesa in tutto il mondo. Sulla scia della rivolta di Stonewall del 28 giugno 1969, è stato formato il Gay Liberation Front (GLF), segnando un cambiamento radicale nell'attivismo LGBTQ+. Il movimento si è diffuso rapidamente, con capitoli del GLF che sono emersi non solo in città degli Stati Uniti ma a livello internazionale, unendo gli attivisti nella lotta per i diritti LGBTQ+.

Uno di questi capitoli è stato a Lawrence, Kansas, dove John Bolin ha svolto un ruolo attivo. La presenza del Gay Liberation Front in città più piccole e città universitarie come Lawrence dimostra la portata diffusa del movimento, dimostrando che la lotta per l'uguaglianza non era limitata ai centri urbani. Gli attivisti di queste comunità hanno organizzato proteste, iniziative educative e reti di supporto, contribuendo alla lotta più ampia per i diritti e la visibilità LGBTQ+.

— August Bernadicou, Direttore esecutivo del LGBTQ History Project

John Bolin di Michael Stubbs, circa 1970.

"Sapevo di essere gay prima di avere la parola. Molto presto ero consapevole di provare questi sentimenti. Quando avevo tre anni, ricordo di aver rincorso un bambino nel cortile e di avergli infilato le mani nelle mutande.

Mentre andavo avanti a scuola, non è stato facile. A un'assemblea scolastica, un ragazzo fingeva di essere un DJ radiofonico e dedicava canzoni alle persone. Mi ha dedicato una vecchia canzone dei Four Seasons intitolata Walk Like a Man . Ero distrutto.

Ero disperato per qualsiasi notizia potessi trovare. Nei primi anni '60, c'era un grande articolo sulla rivista Life sull'omosessualità in America, e ricordo di aver aspettato che uscisse. Ero disperato per leggerlo. Eravamo in vacanza in famiglia e in ogni città in cui andavamo dicevo: "Per favore, fermate la macchina". Volevo vedere se era in edicola alle stazioni di servizio.

Quando avevo 13 anni, ero così eccitato all'idea di andare a San Francisco. Ricordo di aver letto un articolo sulla rivista Life che si potevano riconoscere gli uomini gay se indossavano jeans color grano, dei Levi's chiari. Anche mia madre lesse l'articolo e disse a me e a mio fratello di non indossare jeans chiari. Non voleva che nessuno pensasse che fossimo gay.

In quel periodo, ho anche sperimentato con gli amici. Ho incontrato un adulto. Mi portava in giro con la sua macchina e ci divertivamo. Probabilmente aveva circa 20 anni, dieci più di me. Non ho avuto molte altre esperienze fino al college. Sono andato alla Washington University per un anno e poi alla Kansas University a Lawrence, dove avevo un'identità molto più forte, quella di essere gay.

Volevo specializzarmi in arte e sapevo che il Kansas aveva un buon programma d'arte. Mi innamorai della città durante il mio primo semestre. Ho vissuto in un dormitorio il primo anno, poi mi sono trasferito fuori dal campus. Ho iniziato a incontrare più hippy e a identificarmi con gli hippy e con il movimento contro la guerra. C'erano circa 15.000 studenti, ma è una città relativamente piccola: affitto economico, vecchie case. Penso che poiché Lawrence era piccola, accessibile e amichevole, ciò rendesse relativamente facile incontrare persone con idee simili.

Il mio primo compagno di stanza era di New York. Era etero, ma non gli importava affatto che fossi gay, quindi non avevo poi così tanti problemi al riguardo e mi sentivo a mio agio. Entrai a far parte di più gruppi politici e di protesta, gruppi che si riunivano per sessioni rap e cose del genere, e spesso ero l'unica persona apertamente gay in quei gruppi.

Ho iniziato a vivere in una comune dove la maggior parte delle persone erano eterosessuali, ma condividevamo le stesse idee politiche. C'erano donne in casa e capivo il movimento di liberazione delle donne. Mi univo alle loro proteste dentro e fuori dal campus.

Ho saputo di Stonewall perché era sui giornali underground. Da lì, siamo cresciuti nel Gay Liberation Front. Lawrence era un punto intermedio tra la costa orientale e quella occidentale. Molti liberazionisti gay passavano da Lawrence e alloggiavano a casa nostra.

C'era un bar gay a Topeka, e non c'erano uomini che ci somigliassero. Gli uomini che ci andavano erano molto più etero, indossavano maglioni coordinati e avevano i capelli corti. All'inizio non ci hanno accolto a causa delle nostre differenze culturali. Eravamo dei freak gay. Questa differenza è stata dura, ma man mano che il Gay Liberation Front cresceva, abbiamo trovato più persone con idee simili alle nostre.

Alla fine abbiamo fondato la nostra comunità. Inizialmente si chiamava Body Shop, ma abbiamo cambiato il nome in Venus. Rappresentava una visione più positiva e un cenno a una posizione meno machista. Non si trattava solo di sesso, cosa che il nome Body Shop implicava. Alla fine abbiamo ottenuto una seconda casa chiamata Bride of Venus, che era un po' più vicina al campus. Di nuovo, questo è diventato un ritrovo per gay. Avevamo una hotline locale. Chiunque rispondesse al telefono avrebbe consigliato la persona che chiamava o gli avrebbe parlato di una festa che si stava avvicinando. Abbiamo avuto persone scappate di casa e persone che provenivano da famiglie violente che stavano con noi.

Eravamo polemici, ma eravamo anche molto attenti all'istruzione e al riconoscimento universitario. Ci fu una resistenza. Sostenevamo comportamenti sessuali illegali. Promuovevamo l'accettazione dell'essere gay e l'eliminazione dello stigma. Avevamo un focus educativo. Andammo a Washington, DC, per una protesta contro la guerra e partecipammo alla convention costituzionale delle Black Panthers. Avevamo interconnessioni e mantenevamo la comunicazione tramite lettere e telefonate. Era molto a livello locale.

Stavamo facendo causa all'università perché non ci riconosceva come un'organizzazione studentesca. I balli erano uno dei pochi strumenti che avevamo per raccogliere fondi per la nostra causa in tribunale e per portare avanti la nostra missione. I balli erano un'esperienza visibile e positiva a cui le persone potevano partecipare. La musica era buona e le vibrazioni erano buone. Abbiamo ospitato sedute di consulenza per aiutare le persone a superare il loro disagio. Volevamo condividere le nostre esperienze.

Una delle nostre azioni più visibili è stata una pulizia delle strade a cui abbiamo partecipato. Era un evento cittadino per pulire tutti i vicoli. Era guidato dalle donne della Camera di Commercio. Quindi ci siamo iscritti per farlo. Eravamo ospiti di sei o sette uomini di New York City in quel periodo. Ci siamo vestiti tutti con abiti da casa e barba, e abbiamo preso i nostri stracci e scope. È stato fotografato per il giornale locale. Ha dato un'impressione complessivamente positiva del fatto che stessimo facendo qualcosa di orientato alla comunità. Eravamo molto visibili nel fare il nostro lavoro.

Anche se ora sono sposato, eravamo contrari al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Perché avremmo dovuto fare qualcosa dettato dalla chiesa e dagli standard eteronormativi? Le persone gay non hanno bisogno di essere sposate. È un falso costrutto. Eravamo contrari a molte cose che sapevano di valori della classe media.

Abbiamo portato consapevolezza a un intero stato. Che fosse positivo o negativo, siamo stati segnalati. Eravamo rumorosi. Sento che a quel livello abbiamo ottenuto molto. L'organizzazione continua ancora oggi. È sicuramente uno dei periodi della mia vita di cui sono più orgoglioso".

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WEBINAR ZOOM: 04/06/2025 (CLICCA SUL VOLANTINO PER CONFERMARE LA TUA PARTECIPAZIONE)

... con attivisti LGBTQ che sono stati fondamentali nella lotta per i diritti civili al di fuori di New York, Los Angeles e San Francisco. I nostri relatori condivideranno le loro potenti storie di attivismo, le sfide che hanno affrontato e le vittorie che hanno ottenuto in regioni spesso trascurate dalle narrazioni mainstream. Ci immergeremo anche nelle discussioni su come espandere ed evolvere il movimento di liberazione gay, esplorando visioni per il futuro e il ruolo dell'attivismo di base nel plasmare il panorama dei diritti LGBTQ di domani.

24 marzo 2025

Riprende la produzione di Le Radici dell'Orgoglio

 

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🎙 Riprende la produzione di Le Radici dell'Orgoglio

Fondazione Giangiacomo Feltrinelli ha deciso di sostenere la produzione del podcast. A giugno saranno disponibili tutti gli episodi rimanenti della seconda stagione, quella sugli anni Ottanta

14 marzo
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Grazie a un caro amico, abbiamo scoperto l'identità di questo militante del Fuori!

di Giorgio Umberto Bozzo

Ieri, con un post sui social di Le Radici dell'Orgoglio - e anche sui miei personali -, ho annunciato la ripresa della pubblicazione di nuovi episodi del podcast che racconta la storia del movimento e della popolazione LGBT+ in Italia .

La Newsletter di Le Radici dell'Orgoglio è una pubblicazione supportata dai lettori. Per ricevere nuovi post e supportare il nostro lavoro, considera l'idea di diventare un abbonato gratuito o un abbonato a pagamento.

Come corredo fotografico ho utilizzato l'immagine che vedete qui sopra, recuperata non ricordo più in quale contesto - mi scuso in anticipo con chi la riconoscesse come conservata presso il proprio archivio per il mancato credito -, che mi piace molto. Purtroppo non ho potuto mettere un nome in didascalia perché non sapevo chi fosse la persona raffigurata nello scatto, per cui - già che c'ero - ho colto l'occasione per chiedere ad amici e follower se qualcuno la conoscesse.

La fortuna mi ha sorriso e se avrete pazienza di leggere sino in fondo questo post sarò contento di rivelarvi l'identità di questo giovane “diffusore” del Fuori!

Torniamo al podcast. Ci eravamo fermati nell'aprile del 2022, dopo aver licenziato un episodio molto divertente, intitolato Se Milano è da bere, Firenze è da ballare (1985) , con l'idea di prenderci una piccola pausa prima di riprendere il racconto. Eravamo più o meno a metà della seconda stagione, quella sugli anni Ottanta.

Col senno del poi, in cuor nostro sapevamo che le cose sarebbero andare in modo differente.

L'opera di divulgazione della storia LGBT+ fatta nel modo che avevamo scelto - tante testimonianze, un editing a dir poco pignolo, un montaggio curato e dinamico, l'utilizzo di musica tutelata ei conseguenti costi per la licenza SIAE - ci aveva portato a una certa sofferenza in termini di energie e risorse economiche. abbiamo bisogno di un punto di appoggio, di un aiuto.

Questo si è materializzato nella persona di Massimiliano Tarantino , direttore generale della Fondazione Feltrinelli , che, convinto della qualità dell'operazione, ci ha contattato per incontrarci, conoscerci e proporci un percorso comune.

Vale ricordare che Fondazione Feltrinelli, oltre a possedere un immenso archivio documentale sulla storia politica, economica e sociale degli ultimi due secoli e ad essere impegnata in un'opera di costante ricerca nell'ambito delle scienze umane è anche una delle realtà produttrici di contenuti culturali più prolifiche del nostro Paese.

Non potevamo che essere emozionati e lusingati dalla proposta.

I tempi della programmazione di una grande istituzione sono però giustamente dilatati e la fase di pre-produzione ci ha impegnato per più di un anno e mezzo, nel corso del quale abbiamo avuto l'opportunità di contribuire ad alcune produzioni podcast della Fondazione, che ci hanno permesso di sperimentare in modo positivo la collaborazione.

Ora finalmente è venuto il momento tanto atteso dell'ufficialità: giovedì 27 febbraio, presso la sede della Fondazione in via Pasubio 5 a Milano, si è tenuto un evento di presentazione della programmazione 2025 , che quest'anno ha per titolo La Stagione delle Scelte e si snoderà tra festival, talk, dibattiti, libri, rassegne, laboratori, newsletter, masterclass, podcast e progetti di ricerca.

Le Radici dell'Orgoglio in questa programmazione c'è e - come da calendario ufficiale - per giugno, 🏳️‍🌈 mese del Pride 🏳️‍⚧️ , è prevista la pubblicazione di tutti gli episodi rimanenti della seconda stagione.

Seguiteci, quindi, grazie alla newsletter e visitando la pagina su Substack per aggiornamenti in tempo reale sulla lavorazione del podcast e nell'attesa, magari, potreste iniziare a leggere il primo volume di Le Ragioni dell'Orgoglio , che narra vicende e aneddoti del periodo 1960-1972. (Per altro, in questo momento c'è uno sconto del 20% per gli iscritti alla newsletter che desiderano acquistare il libro ) .


E veniamo al giovane attivista.
È Piergiorgio “Pigi” Mazzoli , una delle figure di spicco del primo movimento omosessuale milanese, tra le più conosciute e amate, a rivelarci l'identità del giovane “diffusore” della rivista del Fuori!

In un commento a un nostro post su Facebook ne rivela l'identità:

Franco Barbiani , del partito Radicale di Milano, membro del FUORI! Morto di AIDS verso la metà degli anni '80.

Era cuoco professionista, all'epoca della foto era addetto alle carni al ristorante Biffi in Galleria Vittorio Emanuele. Alla chiusura del ristorante si è ritrovò senza lavoro. Per una sfortunata coincidenza contemporaneamente restò senza casa (abitava con la madre, custode in uno stabile in via Cellini a Milano, che si ritirò dal lavoro e tornò al paese d'origine nel mantovano). Prese in gestione una grande mensa, per poter pagare il mutuo di una piccola soffitta dalle parti di viale Monza. Subito dopo si scoprì malato, passò un certo periodo in isolamento all'ospedale Niguarda. Ancora non c'erano cure e neppure reparti specializzati.

Un ragazzo generoso, sempre disponibile per chi avesse bisogno.

Pigi ha un ricordo chiaro anche della circostanza in cui la fotografia è stata scattata:

La foto fu scattata in piazza Cairoli a Milano dove come FUORI! federato al Partito Radicale venne fatta venire la stampa annunciando una protesta con pira simbolica. In realtà in piazza trovarono solo me e lui a volantinare e vendere numeri della rivista. Tutto organizzato dal FUORI! o dal Partito Radicale che era solito inviare roboanti e promettenti comunicati alla stampa a cui seguivano manifestazioni dai numeri assai esigui.

Io ero basito dai metodi per me poco onesti, che non conoscevo, pare però che la Politica si facesse così.

Grazie alla prima pagina della rivista che Franco sta diffondendo, riusciamo a risalire alla datazione dello scatto: sulla copertina di «Fuori!», infatti, notiamo la grafica del bel manifesto disegnato da Marco Silombria per il 6° Congresso nazionale del Fuori!, che coincide, peraltro, con la 1ª settimana del film omosessuale (allora non si usava l'acronimo LGBT+), svoltasi tra il 19 e il 25 giugno. Possiamo quindi dire con relativa certezza che la foto è della tarda primavera del 1978 .


Prima di lasciarvi, vi ricordiamo che - se lo desideriamo - potete contribuire alle nostre ricerche e ai nostri continuare a peregrinare in giro per la penisola all'inseguimento di testimonianze di attivisti e testimoni della storia LGBT+ con una donazione (a fronte di omaggi di campioni del nostro bellissimo merchandising).

Visita la pagina del merchandising cliccando su questa riga o sull'immagine seguente.

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Un post ospite di
Giorgio Umberto Bozzo
Attivista LGBT+ 🏳️‍🌈🏳️‍⚧️ Capoprogetto di Le Radici dell'Orgoglio e di La Compagnia del Gender
Un post ospite di
Le Radici dell'Orgoglio
Progetto di ricerca e divulgazione della storia del movimento e della comunità LGBTQI+ in Italia 🏳️‍🌈 Podcast e libro. Tutte le informazioni su linktr.ee/LeRadici